Quel fumo nero negli occhi degli unionisti.

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Mettiamola così, io con questa storia dell’indipendenza della Catalogna ho finito per darmi tre regole fondamentali, giusto per evitare di incorrere in conclusioni affrettate, litigare con troppe persone, o semplicemente perdermi in ragionamenti mediamente contorti che portano a scenari più o meno irrealistici. Tre semplici regole, che per ora stanno funzionando. La prima è essenzialmente quella di frenare l’impulso naturale a prendere una posizione, o per meglio dire, farlo di netto ed in modo irreversibile. Perché mi è abbastanza chiaro di avere una posizione ben precisa, come su moltissime cose d’altronde. Ma mi sforzo a subordinarla al tentativo di tenere aperta la mente, cercando il più possibile di capire le ragioni di chi è arrivato alla conclusione opposta. Uno sforzo di volontà ed onestà intellettuale non privo di costi. La seconda è conseguente ad un ragionamento che si basa sulla semplice evidenza che il dibattito sulla secessione si compone tanto di una parte razionale, quanto di un lato emotivo, di un sentimento che non obbedisce alle logiche della ragione ma va per conto suo. La regola che chiaramente ne consegue, impone di affiancare all’analisi razionale un tentativo di empatizzare, di infilarmi nei panni di chi ci mette molto di più del razionale, provando a comprendere tanto le emozioni, le speranze e le illusioni di chi vuole andare, quanto le paure ed i timori di chi vuole restare. La terza regola, è ultima solo nella stesura di questo testo, ma di certo è la prima per importanza. Ogni posizione va valutata alla luce di quello che dovrebbe essere il faro di ogni ragionamento politico; il riscatto sociale delle classi subordinate. Perché anche una nuova Repubblica avrebbe poco senso, se finisse per replicare i meccanismi di sfruttamento che già conosciamo.

Cercare di verificare costantemente le proprie conclusioni anche quando appaiono certe, tenere in considerazione e far mie emozioni e sentimenti di chi anima questo dibattito, e ricordare che gli obiettivi finali sono sempre giustizia sociale e giustizia ambientale. Tre semplici regole, neanche troppo difficili da formulare, e soprattutto non impossibili da seguire. Se ci si mette d’impegno.

E allora, partiamo dell’empatia. Come si fa a non solidarizzare con gli unionisti di questi tempi? Ovvio che non mi sto riferendo ai signori del PP e di C’s, con i quali solidarizzare mi è praticamente impossibile, ma a tutti quei movimenti politici e civici che vedono una Catalogna riconosciuta come nazione e partecipe alla vita di una Spagna plurinazionale come motore del cambiamento nella Penisola Iberica. Podemos, Barcelona En Comù, la Colau, i Verdi di Iniciativa e tutti gli altri. Catalunya Si Que Es Pot. Come fai non provare empatia per loro? Empatia, o meglio simpatia, perché ultimamente sembra andargli tutto male, pare che anche l’universo si sia messo contro di loro, e nuotano in un mare di sfiga che difficilmente mi è capitato di osservare in politica. E gli sfortunati, si sa, suscitano sempre simpatia.

Un fatto su cui possiamo avere ormai pochi dubbi, è che l’ipotesi referendaria, cioè quella secondo cui Madrid riconosce al popolo catalano il diritto a decidere del proprio futuro, e dunque lo status di nazione, è completamente venuta a cadere. Anzitutto, PP, PSOE e C’s non ne vogliono sapere, e visto che occupano circa 3/4 delle Corti Generali sarà difficile far passare la cosa. In secondo luogo, la situazione di stallo politico a Madrid, con i tempi di formazione di un nuovo governo che si dilatano a tempo indefinito, e che lascia i catalani a chiedersi con chi dovrebbero esattamente trattare un referendum, qualora fosse possibile farlo. In più, il raggiungimento di un accordo tra JxSI e la CUP a Barcellona sull’investitura di Carles Puigdemont avvia la legislatura di rottura con lo stato centrale, evidenziando drammaticamente il contrasto tra le ipotesi più o meno futuribili di referendum, e la realtà del proces constituent che avanza. Di base, a CSQEP le hanno provate tutte, ma lo scenario che gli si para davanti non è di certo quello auspicato.

Non bastasse questo, ci si mette come detto anche la sfiga. Sfortuna nera, come il fumo dell’incendo di una stazione in disuso vicino ad Arc de Triomf che ieri ha paralizzato la circolazione dei treni RENFE in tutta l’area di Barcellona, e che fa arrossare e lacrimare gli occhi di molta gente. Non doveva succedere, perché basta parlare con chiunque qui in Catalogna per sapere quanto i treni della RENFE siano stati eletti a modello dell’inefficienza dello stato spagnolo e della decadenza delle sue istituzioni. I ritardi delle linee Renfe, contro la puntualità dei treni della Generalitat, quelli a marchio FGC. Il Ferrocarril, per intenderci. Chi come me vive a Barcellona e lavora fuori, sa bene che non si tratta di propaganda indipendentista. È così, il ferrocarril funziona meglio, punto. Ed allora ovvio che l’ennesima paralisi, nella città della sindaca Ada Colau, diviene un’aggiunta di sfiga forse addirittura immeritata. Perché a quel punto è chiaro che un esponente di spicco della Sinistra Repubblicana (ERC) come Alfred Bosch abbia gioco facile nel dire che RENFE i ADIF ens han recordat el cost de pertànyer a l’Estat espanyol, ovvero che RENFE ed ADIF (la compagnia che gestisce le linee) ricordano ai catalani il costo di appartenere con lo Stato spagnolo. Concorderete con me che in politica è meglio non toccare i punti sensibili dell’elettorato. Ed il rodimento di culo mattutino è sicuramente tra questi.

E forse è immeritato, perché tra i tanti slogan ed hashtag dei sostenitori della via referendaria, non si fatica a cogliere la sostanza di un ragionamento politico che è tutt’altro che campato in aria, e qui, torno alle mie tre regole, lasciando l’empatia per rientrare nel campo del razionale. L’idea che la voglia di cambiamento di baschi e catalani possa essere il motore di una rivoluzione civile in tutto lo Stato, è particolarmente sensata. Come sensato è prendere a cuore le sorti di tutte le comunità autonome, le cui persone vivono problemi non del tutto dissimili dai catalani, ed appellarsi ad un principio di solidarietà. In linea teorica c’è ben poco da obiettare, anche se l’applicazione alla fredda realtà sembra essere tutt’altra storia, visto che tutto, ma proprio tutto, sembra mettersi contro la traduzione in realtà di tanta buona teoria.

Staremo a vedere, di base si può sostenere che i periodi sfigati toccano un po’ a tutti, che la famosa ruota gira sempre, e che forse la situazione riuscirà a volgere di nuovo a favore della Spagna plurinazionale. Nel frattempo, c’è una considerazione che viene tralasciata in questa storia del blocco della circolazione ferroviaria di ieri. L’incendio si è sviluppato nella stazione di Bifurcació Vilanova, una vecchia stazione in disuso nelle prossimità del mercato di Encants. Secondo le rilevazioni dei Bombers, non si è trattato di un guasto elettrico, ma di un incendio sviluppatosi a partire da rifiuti. Alcuni residenti della zona hanno infatti affermato che quella stazione abbandonata era diventato il rifugio di due famiglie, che ne avevano fatto una sistemazione improvvisata. Ed ecco che si ripropone il fatto che, al netto di tante sterili polemiche e rimpalli di responsabilità, il tema del riscatto sociale torna a far sentire la sua voce, ricordando a tutti di essere lui il faro di ogni questione, ed a me quella terza ed importantissima regola che mi sono dato.