In morte di Guillem Agulló (11 aprile 1993)

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Immaginate di avere un figlio.

Di vederlo nascere, mentre un regime malato che in gioventù vi ha represso con carcere e torture sta morendo, accartocciato su sé stesso. Di vederlo muovere i primi passi, sentirlo dire le prime parole in una lingua che si può parlare liberamente dopo anni di repressione; di vederlo crescere coltivando quello che qualcuno in Italia, qualche anno dopo, avrebbe definito “odio mosso da amore”. L’amore per la libertà e per le persone care, termine che può facilmente venir esteso ai dannati della Terra, a chiunque al mondo abbia bisogno di una solidarietà effettiva; l’amore che si fa attivismo politico. Immaginate di vederlo farsi grande, maggiorenne, e immaginate di vederlo andare con gli amici a conoscere i luoghi intorno alla vostra città: i luoghi della sua terra che ama tanto.

Ora immaginate che, durante una di queste uscite fuori porta, vostro figlio venga ucciso.

Ucciso da suoi coetanei, che però portano avanti gli stessi ideali di suprematismo e sopraffazione di quelli che vi hanno represso e torturato per tutta la vostra vita, impedendovi persino di parlare la vostra lingua in pubblico. A questi fulgidi esempi gli assassini di vostro figlio si richiamano apertamente. Immaginate che subito dopo l’assassinio, con un’attuazione caricaturale che sarebbe grottesca se non fosse tragicamente criminale, gli assassini di vostro figlio si mettano a cantare uno dei più conosciuti inni del regime a cui vi siete opposti tutta la vita. Davanti al suo cadavere, come riferito da testimoni oculari.

Immaginate che l’esecutore, chi colpì materialmente a coltellate vostro figlio fino a ucciderlo, torni libero dopo quattro anni senza che venga riconosciuto un movente d’odio politico al crimine. Per poi, anni dopo, tentare prima una carriera politica locale in formazioni di estrema destra e provare in seguito a creare una milizia di paramilitari fascisti, prima di venire riarrestato.

Immaginate che, dopo che vi hanno ammazzato un figlio, tormentino le vostre vite per ventitré anni insultandone la memoria nella più totale impunità. Riempiendo di scritte offensive i murales a lui dedicati, ad esempio. O anche minacciando direttamente di morte voi, per il semplice fatto di fare tutto il possibile affinché la memoria di vostro figlio non cada nell’oblio.

Benvenut*, dunque, nella vita che da ventitré anni stanno vivendo il padre e la madre di Guillem Agulló i Salvador. Senza fare un passo indietro, perché sono ventitré anni che non hanno più nulla da perdere. Cap agressió sense resposta.