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infiltrazioni

Alla mezzanotte dello scorso 19 aprile, La Directa (storico settimanale autofinanziato dei movimenti catalani, che proprio questo sabato festeggerà il suo decennale presso l’Ateneu Popular de Nou Barris) ha deciso per la prima volta nella sua storia di non pubblicare nella propria edizione online la copertina della versione cartacea, che sarebbe uscita nelle edicole la mattina successiva, come ogni martedì. La motivazione: “ragioni editoriali”. Qualcosa di grosso bolliva in pentola, era chiaro. Non ci si aspettava, però, quello che venne pubblicato la mattina successiva.

La copertina mostrava una foto di due persone sedute a un tavolo, un giovane e un uomo di mezza età, con le facce pixelate. Il titolo, citazione letterale dalle dichiarazioni rilasciate dal più giovane dei due in foto al settimanale, non lasciava adito a dubbi: “capterai informazioni dall’intorno dei casali del Poble Sec”.

Il più giovane dei due fotografati era l’attivista dei movimenti barcellonesi Quim Gimeno; l’altro, l’uomo di mezza età, era “Jordi”, nome di battaglia di un ispettore capo del Grup VI della Brigata Provinciale d’Informazione dei Mossos d’Esquadra, l’equivalente barcellonese della DIGOS. Tale “Jordi” sarebbe stato riconosciuto da otto sue passate vittime: vittime tanto della sua azione poliziesca sul campo quanto di persecuzioni a livello personale ad attivist* di diversi contesti, volte a ottenere informazioni di prima mano dall’enorme massa di centri sociali, spazi di cooperazione e associazionismo di vario genere che vivifica Barcellona molto più in là del turismo e delle speculazioni. L’attività del personaggio in questione sarebbe stata ricostruita all’indietro fino al 1998: in quell’anno “Jordi” si rese protagonista dello sgombero del casale La Totxana, nel quartiere di Sants, in occasione del quale sfoderò la pistola, producendosi in una sceneggiata d’avanspettacolo con il solo scopo di creare terrore e infiammare gli animi. Subito dopo si mise a perseguitare un’attivista del giro delle case occupate di Sants con telefonate a qualsiasi ora del giorno e pedinamenti fino addirittura al suo posto di lavoro, per sette lunghi anni, al fine di estorcerle informazioni sul suo ambiente di impegno politico e sociale. Una delle modalità di pressione preferite da “Jordi”, anche in questo caso, fu quella di insistere su carichi giudiziari pendenti dell’attivista, ventilando come forma di minaccia il loro uso per discreditarla nei suoi intorni di socialità (a partire dal lavoro) e la possibilità di influire negativamente sui giudizi in attesa. Anche in questo caso, perché altre vittime di “Jordi” hanno denunciato comportamenti similari, secondo quanto raccolto da La Directa nel suo ottimo lavoro d’investigazione. Un esempio è quello di due giovani del problematico quartiere della Bordeta, accusati nel 2004 di aver assaltato il commissariato di polizia di Sants. L’ultimo caso, in ordine cronologico, è proprio quello di Quim, denunciato lo scorso ottobre per associazione sovversiva. “Jordi”, incontrandolo al bar del ricco quartiere di Les Corts dove avrebbe cercato di convincere il giovane attivista a convertirsi in un infame, avrebbe minacciato pressioni sul suo giudizio pendente e sul suo posto di lavoro qualora non avesse accettato l’incarico. Quim, però, aveva già avvisato La Directa. Che ha prodotto un’inchiesta degnissima, apprezzata da mezzi d’informazione di movimento in tutta Europa. Un esempio di come si debba fare del vero giornalismo: pallida consolazione, comunque, quando a venire fuori è una realtà ramificata di oppressione poliziesca contro i movimenti di una metropoli come questa, perdurante da anni e con il tentativo di utilizzare i guai giudiziari di gente attiva e posizionata nei movimenti per costringerla a denunciare i suoi intorni, secondo gli stessi meccanismi di approccio del pentitismo che in Italia conosciamo così bene.

Come accennato, “Jordi” chiese a Quim Gimeno, nello specifico, di procurargli informazioni su “i due casali del Poble Sec”. In tale quartiere, che si sviluppa lungo le pendici del Montjuïc al limitare con il Paral·lel e che era nato a inizio Novecento come quartiere popolare di immigrazione e tale è rimasto fino al boom di attività di svago e ristorazione negli ultimi anni, sono attivi due spazi particolarmente degni di nota: lo spazio sociale cooperativo La Base e l’Ateneu Rebel. La Base è uno spazio di cooperazione dove si scambiano tanto idee quanto prodotti di autoconsumo e competenze linguistiche, tra un aperitivo solidale e un dibattito sul Kurdistan. Un contesto dove, benché relativamente grande e decisamente importante per le dinamiche di cooperazione delle realtà del quartiere a cui è strettamente legato, non potrebbe mai succedere nulla che possa essere degno d’interesse per gli organi giudiziari e polizieschi. Che poi si intenda colpire l’Ateneu Rebel, spazio piccolo e raccolto, è assurdo. Non si riesce a spiegarselo, se non pensando che si tratti di spazi liberi e attivi in un quartiere che si sta gentrificando verso la trasformazione in una nuova Gràcia, dove ci sarebbe un interesse diffuso a far sì che non ci sia alcuna voce che si alzi a dimostrare la natura dell’associazionismo e del mutualismo cooperativo di un quartiere che non dimentica le proprie tradizioni di socialità.

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