I Mossos irrompono nell’università di LLeida, ma la trovano vuota

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Poco dopo le quattro di questa mattina un considerevole dispositivo di polizia ha fatto irruzione nell’Università di Lleida, il cui rettorato era occupato dal 17 maggio da alcuni studenti. Tuttavia al loro arrivo hanno constatato che l’ufficio del rettore era già vuoto. Un’ora abbondante è risultata essere necessaria per controllare tutti gli uffici dello stabile e comprovare che nessuno studente fosse rimasto nel centro; dopo aver sagacemente confermato che l’Università appena sgomberata era già deserta, intorno alle 05.30 del mattino, l’operazione di polizia è stata data per conclusa e, fatta eccezione per un pattuglia di Mossos rimasta a controllare il recinto, le sei camionette e due automobili dei Mossos, l’ambulanza e la pattuglia della Guàrdia Urbana coinvolte nell’azione hanno abbandonato il perimetro universitario.

I manifestanti, coscienti che a partire dal momento in cui l’università ha convocato il consiglio di governo straordinario lo sgombero era nell’aria, hanno deciso di abbandonare i locali del rettorato questa notte: dopo l’abbandono della protesta di alcuni studenti avvenuto il 1 giugno, dopo il fallimento delle trattative lunedì scorso ed il mancato raggiungimento di un intesa fra le due parti, era prevedibile che il rettore, Roberto Fernández, avrebbe chiesto aiuto ai Mossos.

Le cause delle tensioni

La protesta ha avuto inizio fra marzo ed aprile, quando durante le classi che impartisce nel corso di comunicazione audiovisuale e giornalismo Inma Manso, sotto-delegata del governo spagnolo a Lleida, alcuni studenti hanno protestato contro dichiarazioni da lei fatte contro gli immigrati e per la politica del governo del PP in relazione alla crisi dei rifugiati. Successivamente a questi accadimenti, gli studenti dell’Università di Lleida accusano la Manso di essersi presentata alle sue classi scortata da poliziotti e guardie di sicurezza e come forma di protesta, il 17 maggio, si arriva all’occupazione del rettorato da parte di alcune decine di studenti.

Il fallimento delle trattative e gli scontri

Il 1 giugno i professori Estanislau Fons e Manel López, mediatori tra l’università ed i manifestanti, hanno annunciato la loro rinuncia a proseguire con le negoziazioni: hanno infatti spiegato, attraverso un comunicato reso pubblico dall’UdL, che l’assemblea di studenti non ha accettato il compromesso di rispettare il libero esercizio delle attività docenti del congiunto dei professori -la linea rossa tracciata dall’Università nelle trattative- ed è per questo stato convocato dall’ateneo un consiglio di governo straordinario.

Soltanto il giorno successivo hanno tuttavia avuto luogo alcuni momenti di tensione fra alcune delle persone che occupavano l’ufficio del rettore e membri del personale universitario, arrivando a coinvolgere anche giornalisti presenti alla scena. Concomitantemente alla conferenza stampa indetta dall’assemblea di studenti di Lettere, nella quale annunciavano la loro dissociazione dalla protesta, un gruppo di lavoratori della UdL formato da professori, personale amministrativo e di servizio, si è recato presso l’ufficio occupato per chiedere agli occupanti di abbandonare la protesta; è in questa circostanza che è cominciato lo scambio di insulti e grida fra studenti, professori e giornalisti presenti per la conferenza stampa.

L’assemblea di studenti ha tuttavia esposto una lettura differente dei fatti, assicurando che “sono andati a sgomberarli in malo modo, approfittando della conferenza stampa” e che “sono venuti a fare il lavoro sporco del rettore, che in nessun momento si è voluto sedere a negoziare con noi come abbiamo domandato in reiterate occasioni”.

(“han anat a desallotjar-los de males maneres, aprofitant la roda de premsa […] Han vingut a fer la feina bruta del rector, que en cap moment s’ha volgut asseure a negociar amb nosaltres com hem demanat en reiterades ocasions”)