Al di là di tasse e licenze: la forma della città

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Negli ultimi giorni il dibattito sulla Sagrada Família si è tornato ad accendere ed il casus belli sono state da un lato le licenze e le imposte di costruzione, apparentemente dimenticate dopo 130 anni di lavori, dall’altro le critiche di mancata fedeltà alla visione di Gaudí che l’aspetto dell’opera starebbe assumendo.

L’aspetto che tuttavia ha forse meno preoccupato il circo mediatico sono gli effetti più concreti sulla città: la distruzione e ricostruzione di parte del quartiere per far posto al grande tempio. Cerchiamo dunque di contestualizzare brevemente la situazione e fornire alcuni strumenti concettuali per analizzare la controversia.

L’impatto sugli edifici circostanti

Edifici coinvolti dal progetto
Edifici coinvolti dal progetto

Per quanto i lavori di costruzione della cattedrale stessa siano ancora relativamente lontani dal raggiungere la conclusione, prevista per il 2026, si avvicina incalzante il momento in cui cominceranno, o dovrebbero cominciare, gli interventi sugli edifici e le strade circostanti la Sagrada.  Il progetto urbanistico per gli edifici più vicini al sito minaccia infatti di necessitare la demolizione di un numero di locali, tra appartamenti ad uso abitativo e locali commerciali, che va dai 400 ai 1000 e questo in buona parte per far posto alla grande scalinata che dovrebbe congiungere la cattedrale con l’Avinguda Diagonal: in teoria, fin dal carrer Aragó dovrà essere possibile nel futuro raggiungere quella che sarà l’entrata principale della Sagrada Família e che darà su carrer Mallorca, la facciata della Glòria.

 

Le negoziazioni durante il mandato di Trias

Sotto il precedente governo comunale, le associazioni dei cittadini coinvolti e l’amministrazione riuscirono a fissare alcuni punti da cui partire per cercare di concertare una mediazione fra le rivendicazioni degli abitanti ed il completamento del tempio. Intervenendo sulla larghezza del grande passaggio tra carrer Mallorca e carrer Aragó, riducendone in alcuni tratti l’ampiezza prevista, e creando un centro sotterraneo per il ricevimento dei visitanti, si calcolò che sarebbe stato possibile non toccare più di 150 abitazioni e ridurre l’impatto delle code per i biglietti d’entrata sul quartiere. Una delle proposte che vennero ventilate fu persino quella di mitigare l’invasività del progetto, che si traduce in cercare ricollocare gli abitanti degli edifici da demolire a costo zero per gli stessi, creando un fondo sociale attraverso una tassa di un euro su ogni ingresso di visita alla Sagrada Família.

Tutti questi provvedimenti sarebbero tuttavia dovuti passare per la convocazione di un concorso pubblico di architettura e la successiva modifica e correzione del piano generale metropolitano; un insieme di fattori ha purtroppo contribuito alla derubricazione del tema e nessuna di queste proposte è stata ad oggi riesumata e dibattuta seriamente. Da un lato le elezioni municipali, che aprirono le porte dell’ Ajuntament ad Ada Colau, imposero infatti un avvicendamento degli interlocutori istituzionali che ha rallentato la ripresa dei contatti con i cittadini; dall’altro le questioni “maggiori” come la diffusa instabilità politica catalana e spagnola hanno catalizzato tutta l’attenzione della politica “nazionale” ed in parte spiegano l’ingombrante assenza della Generalitat in questa discussione.

L’amministrazione costretta a riaprire il dibattito

Negli ultimi mesi il dialogo fra l’amministrazione ed i cittadini è dunque andato scemando ed il tema dell’impatto invadente che il completamento del progetto potrebbe avere sul quartiere non è riuscito a farsi spazio nell’agenda del governo comunale. Un oblio che sembra essersi concluso dallo scorso 30 settembre, quando durante la riunione plenaria del comune l’assessore per l’Architettura, il Paesaggio ed il Patrimonio in quota PSC, Daniel Mòdol, ha qualificato la cattedrale come una “pseudo opera di Gaudí“, una “grande farsa che trasciniamo da tempo“, suscitando commenti scandalizzati e critiche accese. L’effetto positivo di quest’ultima polemica è stato tuttavia l’approdo al dibattito istituzionale, ed anche allo sguardo del grande pubblico, degli interventi urbanistici che il progetto prevede: tutti i gruppi di partito, fatta eccezione per quello della CUP, hanno infatti votato per sollecitare al governo la presentazione di una proposta urbanistica nei prossimi sei mesi.

Le rivendicazioni dei cittadini

In questa cornice, la vice sindaco con delega all’Urbanistica, Janet Sanz, ha contattato i rappresentanti dei cittadini e le conversazioni fra associazioni di abitanti e rappresentanti del governo municipale riprenderanno il 24 ottobre. Per il momento però, dall’Associació de Veïns de la Sagrada Família, Joan Itxaso denuncia che “il tempio si è impadronito di tutto” e che persino le misure applicate per lenire le molestie agli abitanti del quartiere si sono rivelate della trappole che hanno parzialmente peggiorato il problema: la chiusura al transito di veicoli domeniche e festivi sul tratto adiacente alla cattedrale di carrer Marina, ad esempio, non ha fatto altro che lasciare più spazio da riempire per i turisti.

Oltre le singole rivendicazioni tuttavia, le associazioni cittadine chiedono prevalentemente chiarezza, dato che non c’è “nessuna fretta perché si esegua il piano, però le conseguenze sono una spada di Damocle per gli abitanti, che chiedono concretezza e che vogliono, sopratutto, che se devono traslocare sia il tempio a pagare il costo dell’operazione“.

Demiurgica urbana

La cattedrale è con ogni probabilità il sito che riceve la maggior parte dei turisti che raggiungono Barcellona: con un numero di visitanti approssimativo di 3,7 milioni, nel 2015 la Sagrada Família ha visto un incremento del 14% sul numero di visite rispetto agli anni precedenti e queste cifre sembrano inserirsi in una tendenza che non accenna a modificare la sua traiettoria nel breve termine. Giorno dopo giorno, ondate di turisti si infrangono sul tessuto cittadino adiacente alla cattedrale, fiaccando la resistenza degli abitanti che hanno visto scomparire il commercio tradizionale in favore di ristoranti e souvenirs, che hanno visto impennarsi i prezzi delle abitazioni e che adesso temono che le loro case vengano direttamente demolite per far spazio alla grande opera.

Chi scrive non vuole qui assumere una postura particolare. Risulta tanto legittimo sostenere la creazione di un’ambiziosa opera architettonica ed artistica quanto doveroso tutelare i diritti dei cittadini: guardando le cose in prospettiva, si può sostenere che sia ben valsa la pena di demolire qualche edificio per fare spazio all’anfiteatro Flavio e rallegrarsi di poter adesso godere di un’opera immortale; non è auspicabile tuttavia che l’amministrazione attuale prenda decisioni come queste con l’autonomia e la leggerezza di un imperatore.

L’aspetto della questione che ci risulta più spinoso, trasversale e, per certi versi, politico è come sempre la gestione del turismo: l’intervento sul volto di una città per plasmarne i contorni, adattandoli a nuove necessità o correggendone vecchie criticità, è un fenomeno sempre esistito ed è in un certo modo non solo necessario, ma parte stessa del respiro di una città, espressione fisica e geografica di una comunità che muta i suoi connotati. Non sono dunque gli interventi urbanistici in sè che spaventano e generano diffidenza, è l’obiettivo con cui vengono concepiti, la direzione verso cui tendono a trascinare l’intera vita sociale del quartiere che li subisce.

Anche il tempio più maestoso, la più scintillante delle scalinate possono trasformarsi in nulla più che una cicatrice sul corpo di Barcellona, se termineranno riducendosi ad una mera promessa di svago e divertimento per turisti, uno sfondo per cartoline e “selfie”. Per questo la cittadinanza ha, come sempre dovrebbe avere, il diritto di intervenire e di essere ascoltata nel dibattito ed è solo attraverso un attenzione estesa e costante dell’opinione pubblica che sarà possibile impedire all’imperatore di bruciare la città.