Le donne in nero

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Foto di Eva Kryszczuk.

(foto di Eva Kryszczuk)

Qualora tra domenica 25 settembre, sabato scorso e ieri vi fosse capitato di passare tra plaça Catalunya e plaça Universitat, potreste esservi imbattut* in manifestazioni di donne vestite di nero. Nel caso in cui ve lo steste chiedendo: sì, il motivo per cui erano lì è dannatamente serio.

In Polonia, il governo cattofascista di Andrzej Duda e Beata Szydlo sta varando una legge che prevede l’abolizione totale del diritto all’interruzione di gravidanza. Non solo volontaria: si potrà addirittura venire indagate per omicidio qualora dovesse verificarsi un aborto spontaneo. Lo stesso avverrebbe per un’interruzione volontaria se ci fossero rischi immediati per la salute della gestante, anche qualora compromessa da stati di malattia. O se la gestante in questione fosse stata violentata, anche da un familiare. Questi, ricordiamolo, sono al momento gli unici casi in cui sia permessa un’interruzione di gravidanza in Polonia.

Nello stato già di Wojtyla e oggi preda del fascismo religioso del partito del Kascyński sopravvissuto, stato etico, biopotere e istituzionalizzazione del controllo sociale nei comportamenti sessuali individuali già avevano una larga applicazione; con queste norme a venire definitivamente sistematizzata sarebbe una gerarchizzazione giuridica che fa della donna una cittadina di serie Z, con addirittura meno diritti di un ammasso di cellule, in nome di principi regolatori della vita sociale che non servono ad altro che a far mantenere al potere politico il controllo su una popolazione che conosce il resto del mondo, e che si rende perfettamente conto che la specie umana funzioni in tutt’altro modo.

Già era comune, per le donne polacche che avessero semplicemente intenzione di avere il controllo sul proprio corpo – dunque su sé stesse – e di decidere di propria iniziativa se e in che modo avere figli, abortire clandestinamente. Chi può permetterselo va in Germania o in Repubblica Ceca, o presso contatti nel Regno Unito o altrove. Chi non può si fa operare con grucce e ferri da calza da mammane, senza alcun reale controllo medico. Ora tutto questo si estenderà anche ai casi sopra elencati. Il governo polacco intende imporre a una donna violentata di dare alla luce il figlio del proprio stupratore, magari del proprio padre. Intende imporre a una donna malata di cancro di portare a termine una gravidanza, senza curarsi della salute sua e anche del feto. Intende addirittura sopprimere di fatto i principi giuridici di responsabilità e corrispondenza dei fini, nel momento in cui sia dichiarato reato anche un aborto spontaneo. La gestante che intendesse portare a termine una gravidanza dovrebbe farlo clandestinamente, e soffrirebbe indagini e condanne per omicidio volontario, così come chi praticasse materialmente l’aborto.

Le donne polacche non ci stanno. E anche a Barcellona, nella nostra metropoli in cui dovunque ci si giri c’è il mondo, hanno reagito.

In occasione della protesta polacca della scorsa domenica 25 settembre, anche qui delle donne polacche hanno organizzato una mobilitazione, alle fontane di plaça Catalunya, mentre tutta la città seguiva l’ultima giornata dei festeggiamenti della Mercé. Si sono trovate in quanto gruppo di affinità: di donne, giovani e giovanissime, provenienti dallo stesso contesto, che in alcuni casi si conoscevano e in altri hanno semplicemente scoperto l’avvenimento attraverso reti sociali e contatti personali. Benché tra di loro ci siano anche appartenenti a organizzazioni come Razem, giovane partito di sinistra polacco per il quale sono stati utilizzati tanti paragoni con Podemos, la piattaforma si è mossa in totali orizzontalità e autoorganizzazione. Ha iniziato a coordinarsi con la piattaforma Dziewuchy Dziewuchom (“Ragazze per le ragazze”), il coordinamento della mobilitazione mondiale #CzarnyProtest per il diritto all’aborto delle donne polacche, e ne ha fondato il ramo dello stato spagnolo. Da lì le polacche a Barcellona hanno iniziato a raccogliere ulteriori forze, arrivando alla mobilitazione di sabato 1° ottobre, quando, mentre in tutto il mondo – da Chicago a Londra all’Australia – ci si mobilitava per la libertà delle donne polacche a fare del proprio corpo ciò che vogliano, sono riuscite a convocare anche a Barcellona oltre cento persone, alcune delle quali hanno raccontato al megafono come ci si senta a mobilitarsi da fuori, da lontano, per il contesto da cui si proviene e in cui vivono alcuni tra gli affetti più cari che si abbia. Un sentimento che dovremmo conoscere molto bene. E arrivando alla mobilitazione di lunedì 3 ottobre, quando si è spiegato a chi passava per plaça Catalunya cosa stia succedendo in Polonia e si sono raccolti piccoli modellini di attaccapanni fatti con graffette da fogli, per spiegare a Beata Szydlo – a cui verranno inviate – cosa il mondo, in virtù della più elementare sensibilità, pensi delle limitazioni a cui il suo governo intende sottoporre le donne polacche. L’evento del 3 ottobre è stato realizzato in concomitanza con lo sciopero nero: la mobilitazione delle donne polacche che hanno paralizzato un paese governato da chi dimostra di disprezzarle, non presentandosi al lavoro, a scuola e all’università, e rifiutandosi di svolgere le mansioni domestiche che vengono categorizzate come ruolo stereotipato del genere femminile.

Le donne polacche a Barcellona sperano di non essere costrette a tornare a protestare. Ma se lo faranno, avranno bisogno di tutto il sostegno possibile, da parte di tutt*.