“Non sono interessi di una nazione, sono interessi di tutt* noi”

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(Justyna Nakielska, al megafono. Foto di David Castro Caso)

 

Nei giorni scorsi abbiamo seguito la mobilitazione delle donne polacche, a Barcellona come in tutto il mondo, che hanno rivendicato la loro contrarietà a un progetto di legge che avrebbe previsto la fine totale del già pur limitato diritto all’aborto nel loro paese. La battaglia alla fine è stata vinta, dal momento che il consiglio dei ministri polacco ha deciso di rimettere il disegno di legge all’iter parlamentare anziché approvarla per decreto come da progetto iniziale, e il Parlamento ha infine votato contro. La lotta però continua, perché il diritto all’aborto delle donne polacche è a tutt’oggi sotto attacco.

Abbiamo intervistato per l’occasione Justyna Nakielska, attivista tra le organizzatrici della protesta barcellonese.

 

1) Prima di tutto, vorresti spiegare a chi ci legge cosa sia successo in Polonia nelle scorse settimane?Qual è l’attuale situazione del diritto all’aborto per le donne polacche, e come ha rischiato di peggiorare ulteriormente? Qual è la dinamica che ha reso questa proposta ancora più intollerabile di un semplice disegno di legge?

Nelle ultime settimane la gente in Polonia ha protestato contro il nuovo progetto di legge antiaborto, concepito da un’organizzazione ultracattolica, Ordo Iuris (Ordine della Giustizia). Intendevano inasprire la legge esistente, che già è una delle più restrittive in Europa. Per ora, secondo la legge vigente conosciuta come “impegno” abortivo, si può abortire solo nei casi di stupro, incesto, rischio di vita per la donna o gravi malattie del feto. E neanche si riesce a realizzare l’aborto in tutti questi casi, perché i medici spesso si appellano all’obiezione di coscienza e si negano a operare. La legge non funziona.

La proposta di Ordo Iuris era ancora più restrittiva. Hanno optato per la proibizione completa dell’aborto, tranne nei casi (poco chiari) in cui la vita della madre corre rischi. Hanno proposto la criminalizzazione e penalizzazione (fino a cinque anni di carcere) non solo della madre ma anche di tutte le persone che fossero vincolate con l’aborto, inclusi i medici (i quali così avrebbero avuto paura anche a effettuare test prenatali per evitare la possibilità di danneggiare il feto). Il progetto avrebbe dato diritto ad aprire indagini anche in casi di aborti naturali per sapere se non fossero stati “provocati intenzionalmente”.

La cosa più triste è che questo progetto di legge era stato presentato da un’organizzazione “di cittadinanza” e appoggiato dal Parlamento mentre l’altro progetto, di un’organizzazione pro-choice e femminista, “Ratujmy Kobiety” (Salviamo le donne) era stato rifiutato. Il governo ha ignorato una parte della società nel dibattito, appoggiando unicamente quella che rifletteva i suoi interessi.


2) In che modo questa proposta avrebbe riflettuto gli interessi del governo del Partito Legge e Giustizia? Che cosa sono le associazioni che appoggiavano la proposta, come per esempio la Ordo Iuris di cui molto si sente parlare?

Il progetto riflette in modo evidente l’ideologia della chiesa cattolica. Gli interessi del Partito Legge e Giustizia, molto vincolati alla religione, coincidono con i valori indicati dall’episcopato. Tutti i deputati del partito al governo hanno votato a favore del progetto per ammetterlo a procedimento, cioè volevano proibire l’aborto. La chiesa cattolica è contro l’aborto e loro pure. Per questo la proposta ha trovato così tanto consenso tra i deputati di Legge e Giustizia. Non solo a loro però, anche tra alcuni deputati del resto del Parlamento: soprattutto tra i radicali di PSL (Partito Contadino Polacco) e di Kukiz`15. Per la loro ideologia conservatrice votano a favore di tutto questo genere di progetti presentati da associazioni cattoliche e radicali come Ordo Iuris e il suo comitato “Stop Aborcji” (Stop Aborto).

L’associazione Ordo Iuris è appoggiata non solo da partiti politici, ma anche da organizzazioni e think-thanks come l’“Alleanza in Difesa della Libertà” (Alliance Defending Freedom, finanziata dagli ambienti xenofobi e radicali degli Stati Uniti), l’“Associazione di Cultura Cristiana Piotr Skarga” (Stowarzyszenie Kultury Chrześcijańskiej im. ks. Piotra Skargi) e le lobbies di studi legali e di attivisti della destra più conservatrice. Si parla anche di appoggi dall’Opus Dei.


3) Ci vorresti dire qualcosa di più sulle proteste? Sono state qualcosa di politicamente trasversale? Ci sono partiti o movimenti che hanno appoggiato esplicitamente la mobilizzazione?

Tutto il movimento delle manifestazioni, chiamate “proteste nere” (#czarnyprotest), è stato convocato da Gosia Adamczyk, un’attivista del partito Razem, il “Podemos polacco”. Al principio, la protesta nera consisteva nel pubblicare per le reti sociali una foto in cui la gente fosse vestita di nero, manifestando in questo modo il suo disaccordo con il progetto di legge anti-aborto. Dopo, la protesta di Razem si è spostata nelle strade, dando impulso a manifestazioni appoggiate da organizzazioni, associazioni e iniziative come “Iniziativa Polonia” (Inicjatywa Polska) e il suo comitato “Ratujmy Kobiety”, la “Federazione per le Donne e la Pianificazione Familiare” (“Federacja na rzecz Kobiet i planowania rodziny”) o l’iniziativa “Ragazze per le Ragazze” (“Dziewuchy Dziewuchom”). La protesta nera è appoggiata anche dalla maggior parte dell’opposizione politica parlamentare (benché alcuni deputati di questi partiti abbiano anche vergognosamente votato a favore del progetto di legge antiaborto).

Purtroppo, a un certo punto si è iniziato a parlare di una protesta “apolitica” e “antipartitista”. Si è svuotata la protesta nera del contesto, il nome si è trasformato in uno slogan comune. Dico purtroppo, perché il cambiamento della situazione non è possibile senza un cambiamento reale a livello parlamentare. Il cambiamento non si può realizzare solo attraverso le iniziative o le forze della cittadinanza, ma votando il partito politico che meglio rappresenti i suoi interessi in Parlamento. Razem ha mostrato che come partito rappresenta gli interessi della gente che è uscita in strada e che nessuno nella maggioranza parlamentare ascolta.

 

4) Dici che “Il cambiamento non si può realizzare solo attraverso le iniziative o le forze della cittadinanza, ma votando il partito politico che meglio rappresenti i suoi interessi in Parlamento”. Tuttavia, la protesta ha ottenuto consenso anche al di fuori di Razem e delle sue mobilitazioni, così come molte volte nella storia è successo che proteste popolari abbiano ottenuto più di qualsiasi attività di partito, proprio per la loro caratterizzazione di massa. Inoltre questa iniziativa più diventava trasversale e più si è rafforzata, fino a riuscire a cambiare la tendenza di una decisione istituzionale, dalla strada. Razem, d’altro canto, non ha rappresentanza parlamentare, dato che non è riuscito a entrare in Parlamento alle scorse elezioni, con solo il 3,6% dei voti. Come pensi che potrà canalizzare una mobilitazione così grande come quella che abbiamo visto? Non pensi che l’inquadramento delle proteste in un programma di partito possa essere un rischio per le prossime mobilitazioni?

Posso solo dire che le proteste più grandi che si sono organizzate in Polonia durante queste settimane sono state organizzate o apertamente appoggiate dal Partito Razem. La presenza di Razem non è stata alcun ostacolo o complicazione, la gente continuava a venire a protestare. Credo che chiunque abbia capito che la nostra presenza lì fosse naturale e che lottassimo per gli stessi interessi che chiunque altr@. E per questo, spero che alle prossime elezioni la gente vada a votare più coscientemente. E che inizi a percepire il voto non solo come un diritto ma anche come un obbligo. Tutt* noi decidiamo sul nostro paese. Andare a votare è una delle nostre responsabilità come cittadinanza.

 

5) E voi: chi siete, come vi siete mobilitate, come avete stabilito di utilizzare le forme creative di protesta che avete usato, come ad esempio l’invio di attaccapanni alla prima ministra Beata Szydlo?

In generale, per la maggioranza dei presenti, si tratta di migranti dalla Polonia che semplicemente intendevano mostrare il loro disaccordo e che non sono vincolati a nessuna organizzazione. Sono venuti con le loro famiglie o con amici per esprimere solidarietà alle manifestazioni in Polonia.

Io, personalmente, sono membra del circolo spagnolo del Partito Razem (Razem Hiszpania), e inoltre tra noi c’è gente che pure è del partito o fa parte dell’iniziativa “Dziewuchy Dziewuchom Hiszpania” (“Ragazze per le Ragazze Spagna”), che è un circolo solidario con l’iniziativa polacca creato a Barcellona dopo la nostra prima protesta nera.

La protesta l’abbiamo organizzata Alicja Grochowska (direttrice di un’associazione polacca a Barcellona) e io. Dopo organizzammo una manifestazione più grande il 1° ottobre in Plaça Universitat. Tutto questo comunicando attraverso le reti sociali. Abbiamo creato un evento su Facebook, spiegando come prepararsi per la manifestazione, chiedendo striscioni, proponendo gli slogan che si potessero utilizzare. La gente è stata molto creativa e ha tenuto molto all’evento: tutti con molta energia e molta voglia di lottare per i diritti delle donne e contro quel progetto inumano.

L’azione spontanea di fare attaccapanni a partire da graffette e l’idea di mandarle con una lettera di spiegazioni alla Prima Ministra della Polonia, Beata Szydło, è stata idea mia. Volevo fare qualcosa che motivasse la gente durante la manifestazione e che la facesse sentire partecipe e protagonista attiva del cambiamento.

 

6) La vostra protesta, fino alla bocciatura della legge, vi ha fatto ottenere una risonanza sempre maggiore a Barcellona. Sono molti i vostri contatti con situazioni simili di migrazione polacca in giro per il mondo? E la città e il suo enorme movimentismo come hanno reagito?

Abbiamo visto che anche gente che vive fuori dalla Polonia o le donne di altri paesi abbiano organizzato proteste di solidarietà: a Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles, Madrid, Washington, Chicago, Gibilterra, Stoccolma, New York, Sidney, Bucarest, Reykjavik, Nairobi, New Delhi, Skopje, Sarajevo, Gaza…questi sono solo alcuni esempi dei luoghi più rilevanti, però conosciamo anche gente che ha manifestato in piccole cittadine. È impressionante come la gente possa solidarizzare anche da luoghi tanto lontani.

A Barcellona abbiamo ricevuto alcune risposte dalle organizzazioni femministe locali e da organizzazioni di migranti, come l’Associació AltraItalia, però la città, intesa come “organismo vivo”, non ha reagito molto. Credo che ci siano troppi turisti che vedono senza guardare, troppo presi dal trovare la strada per Casa Batlló o il Parc Güell. Eravamo solo un’attrazione in più (anche se ci sono state alcune persone che ci hanno chiesto più dettagli).

 

7) Ci spiegheresti cos’è successo con le votazioni parlamentari? Questa proposta di legge ora è un rischio allontanato per sempre?

Dopo il Lunedì Nero del 3 ottobre, lo sciopero generale con manifestazioni per tutto il paese, sembra che il governo si sia un po’ impaurito. Prima si limitavano a dire che l’opposizione usasse il tema dell’aborto con chiari “interessi politici”. Il mercoledì convocarono in maniera molto rapida e spontanea una Commissione Parlamentare per dibattere di nuovo sul tema del progetto. La gente si è mobilitata, Razem ha organizzato una manifestazione spontanea di fronte al Parlamento, sono venute attiviste femministe che però non sono state lasciate entrare benché avessero i pass. In parlamento hanno dibattuto fino a tarda notte e hanno deciso di retrocedere e rimandare il progetto a votazione parlamentare.

Il giorno dopo, giovedì 6 ottobre, il Parlamento senza alcuna previsione e molto rapidamente ha votato di nuovo e ha rifiutato il progetto di legge antiaborto con la maggioranza dei voti.

Sono contenta che alla fine il progetto sia stato bocciato, ma non è una vittoria. Tutti questi deputati non hanno cambiato la loro opinione tutto d’un tratto. È solo una parte della loro strategia. Inoltre, il governo già ha proposto un programma di sostegno alle madri violentate o con bambini disabili, tutto per nascondere le sue vere intenzioni. D’altro canto, Ordo Iuris ha già presentato una nuova proposta, ancora più restrittiva: stavolta intendono proibire addirittura la pillola del giorno dopo e le pillole anticoncezionali.

 

8) Ora la vostra lotta continuerà? Si prevedono nuove mobilitazioni per l’estensione del diritto all’aborto delle donne polacche?

Chiaro, la lotta non è terminata. Per tutto quello che può succedere e per tutto ciò che ancora possono votare, dobbiamo essere molto vigili. Inoltre, la stessa bocciatura del progetto si è votata in un dibattito parlamentare fuori dalla procedura: non si è aderito ai passi legislativi adeguati per la preparazione alla votazione. Potrebbe succedere che presto ci dicano che la votazione non sia valida, e torneremmo così al punto di partenza.

Abbiamo comunque nuove mobilitazioni, non li lasceremo prenderci in giro. La prossima protesta è prevista per il 23 ottobre. Per ora lottiamo contro progetti barbari, però spero che col tempo avanzeremo e lotteremo per il diritto all’aborto già presente nella maggioranza dei paesi europei. Si parla apertamente di lottare contro lo stesso governo, esigere un suo cambio. L’atmosfera è molto tesa, la gente non si è consolata con il trattamento ingannevole di Legge e Giustizia.

 

9) Parlando di voi, la vostra mobilizzazione già si può considerare un atto di nascita di una nuova situazione di aggregazione politica a Barcellona? È nato un nuovo movimento di donne polacche nel quale continuare a mobilitarsi?

Continuiamo allo stesso modo di prima. Abbiamo questo gruppo d’iniziativa solidale, “Chicas para Chicas España”, e con altr* compagn* del partito “Razem Hiszpania” vogliamo organizzar altre mobilitazioni. Presto inizieremo la campagna “Donne in Politica”, già iniziata da Razem in Polonia. Una proposta che ha l’obiettivo di animare le donne a essere protagoniste di decisioni politiche, avere influenza e coinvolgersi con quello che succede in politica in generale.

 

10) Questa domanda è di carattere più generale: siamo migranti, il pubblico del nostro magazine è in larghissima parte migrante e ci dirigiamo in primo luogo a migranti in un amplissimo contesto di migrazione, come Barcellona. Com’è essere cittadine polacche e assistere a tutto questo da lontano? Come vivete il vostro mobilitarvi da emigrate?

Per quanto mi riguarda posso dire che all’inizio venga da pensare: “in questo momento perché non sono lì?!”. Però poi inizi a cercare maniere di partecipare e pensi che si possa fare anche stando lontani dal centro di eventi che colpiscono anche te. Il fatto che viviamo qui non cambia nulla per quanto riguarda la nostra preoccupazione per quello che succede in Polonia. Spesso, benché siamo emigrate, abbiamo lì le nostre famiglie, le nostre amiche, i/le nostr* vecchi/e vicin*.

Mia sorella vive in Polonia, ha solo un anno meno di me. Quando ha parlato con mio padre delle proteste e lui le ha consigliato che fosse “meglio che curasse i suoi interessi” (pensando all’università e alla sua formazione), lei gli ha risposto: “sono nel periodo riproduttivo e sì, protestando per le strade, vestita di nero, effettivamente sto curando i miei interessi”. Come non essere d’accordo con lei?

Il luogo non importa, perché se la destra radicale avanza in un paese, un domani lo stesso succederà in un altro. Non sono interessi di una nazione, sono interessi di tutt* noi.

 

perchas

(gli attaccapanni per Beata Szydlo. Foto di Elena Castro)