Un programma informatico getta benzina sul fuoco della #Brexit.

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Dietro al crollo della sterlina di questa notte potrebbe esserci un aneddoto curioso. La compravendita di valute viene gestita attraverso algoritmi implementati per prendere decisioni rapide sul come e quando vendere e comprare denaro. Questo aumenta la velocità rispetto alla contrattazione “umana” ed evita decisioni prese sulla base degli emozioni, ma non riesce comunque ad escludere errori, le cui conseguenze possono essere anche drammatiche. Secondo quanto ricostruito dal Guardian infatti, la Bank of England starebbe investigando sull’errore in uno di questi algoritmi, più precisamente quello dedicato a leggere ed interpretare notizie sulla Brexit al fine di fornire una previsione sugli scenari possibili, ed influenzare così la compravendita di sterline. In poche parole: questo programma informatico si legge le notizie, le interpreta, e poi decide se sia il momento buono per vendere o meno. A quanto si è riuscito a capire finora, la minaccia del presidente francese Hollande di far pagar caro il Brexit al Regno Unito, avrebbero preoccupato un po’ troppo questo gioiello di machine learning in dotatzione alla banca centrale inglese, facendogli decidere di affossare la Sterlina.

Paradossalmente infatti, il programma tende a soffrire delle stesse inquietudini di tutti coloro che seguono la vicenda Brexit. Immediatamente dopo il referendum dello scorso 23 giugno, si era cominciato a pensare che ci potesse essere qualche ripensamento. Chi chiedeva un nuovo referendum, chi guardava all’europeista Scozia ed al possibile veto che avrebbe potuto esercitare, e chi si spingeva a chiedere l’indipendenza di Londra dallo UK, alla luce del voto nettamente in favore del Remain registrato nella capitale inglese. Le dimissioni di Cameron e l’elezione della prima ministra conservatrice Theresa May, hanno però freddato le speranze di chi auspicava dei passi indietro. La linea del governo è ferma: si esce dall’UE, e si comincia a farlo il prossimo marzo, data concordata per l’apertura del tavolo di negoziazione. La questione del “se” sembra dunque essere risolta, il “quando” sembra essere stabilito, ma quello che preoccupa un po’ tutti è il famoso “come”, ovvero le modalità in cui dovrebbe avvenire il divorzio tra Londra e Bruxelles.

Semplificando, possiamo dire che gli scenari che si aprono sono due. Come in tutte le storie che finiscono, o ci si lascia “pacificamente”, e magari si “resta amici”, oppure si rompe tirandosi i piatti, ed ognuno per la sua strada con il suo carico di rancore e recriminazioni. Tradotto nei termini in cui si usa descrivere la questione, la prima ipotesi sarebbe quella di una soft Brexit, con una serie di rapporti conservati tra UE e UK, e l’inserimento del Regno Unito nello Spazio Economico Europeo, come Norvegia ed Islanda. Il secondo scenario è la hard Brexit. Questa espressione, che sembra mutuata dalla cinematografia pornografica, indica in realtà lo scenario più conflittuale, in cui il Regno Unito esce dall’UE e rompe qualsiasi rapporto bilaterale, andando incontro ad un rimodellamento drammatico del proprio sistema produttivo, con il rischio concreto di un mezzo disastro economico.

Le inquietudini di chi guarda al Brexit -umano o virtuale che sia- sono dunque legate a sentire il polso dell’economia britannica, che in molti vedono avviarsi verso la recessione, ed a quale strada si deciderà di percorrere. Al netto di previsioni, commenti ed opinioni personali, si può comunque dire che la Brexit non sarà indolore, ed a pagarla saranno soprattutto i lavoratori, sia essi nativi del Regno che migranti. Una cosa che infatti sanno in pochi, è che molte delle leggi di diritto del lavoro in forza nello UK vennero introdotte nel 1997 dal primo governo di Tony Blair. Queste includevano – tra le tante cose- limiti alle ore di lavoro giornaliere e settimanali, il diritto a vacanze pagate, la lotta alle discriminazioni sul luogo di lavoro in base ad appartenenza etnica o religiosa. La loro introduzione fu conseguenza della ricezione di normative quadro dell’Unione Europea. Chissà che non abbia ragione l’Independent, quando dice che forse l’idea fissa di chi ha sostenuto il Leave fin dall’inizio non fosse altro che distruggere i diritti dei lavoratori di oltre-Manica.