Salvem el Sant Pau: la palestra sociale gestita dai suoi lavoratori

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Rischio di sfratto a inizio gennaio

Al numero 46 della Ronda de Sant Pau, giusto al limitare fra il Raval e Sant Antoni, una palestra dalla vocazione sociale -gestita dagli stessi lavoratori e profondamente implicata nelle problematiche di quartiere e cittadine- rischia di essere sfrattata a inizio gennaio.

La proprietaria del locale che ospita la palestra Sant Pau, e dell’edificio circostante, ha infatti denunciato la cooperativa che ne gestisce l’attività per morosità sul pagamento dell’affitto ed essendo ormai scaduto il contratto; l’immobile, il cui prezzo di mercato viene stimato attorno ai 15 milioni di euro, apparterrebbe infatti alla famiglia Samaranch che ha avanzato due alternative alla cooperativa Gimnàs Social St. Pau SCCL: pagare il debito ed abbandonare lo spazio o accettare un contratto di un anno e mezzo, che dalla palestra considerano un mero palliativo per rimandare il problema.

Ernest Morera, socio della cooperativa che gestisce il centro sportivo, spiega infatti che smisero di pagare l’affitto aspettando un aiuto del comune di Barcellona che avrebbe dovuto coprire il 5% del bilancio della palestra e che “con la premessa che doveva arrivare l’aiuto, ci concentrammo a pagare gli stipendi ed i consumi prima che l’affitto. L’aiuto ha tardato un anno per concretarsi e la decisione che prendemmo si è mostrata totalmente erronea. Colpa nostra

Il giudizio sulla petizione di sgombero avrà luogo il 19 novembre ed è per il 9 gennaio che viene prevista l’esecuzione dello sfratto.

Salvem el Sant Pau

Questo mercoledì è stata messa in marcia l’attività della piattaforma Salvem el Sant Pau e la proposta avanzata dai suoi membri consisterebbe nel pagamento dei debiti nel giro di quindici giorni, che ammontano approssimativamente a 20.000 euro, per poter proseguire con il progetto e garantire la continuità di una associazione che attualmente impiega 17 famiglie.

Nell’incontro convocato d’urgenza nel centro sportivo il 2 novembre scorso i membri della cooperativa ed i 13 lavoratori del centro hanno fatto appello alla solidarietà cittadina ed alla volontà pubblica di difendere “una palestra che non ha mai dato un no come risposta“.

Se salviamo la palestra, salveremo un pezzo di quartiere“, dichiara Ernest Morera ed è dunque adesso dalla risposta sociale che dipende il destino della palestra Sant Pau: dai fondi che si riusciranno a raccogliere attraverso la pagina internet appositamente aperta e dalle adesioni che riuscirà ad attirare la “campagna mediatica perché la famiglia Samaranch accetti il pagamento e la continuità del progetto“.

Da vari mesi è in corso la ricerca di una soluzione istituzionale al conflitto e, per quanto Barcelona en Comú, ERC e la CUP abbiano sostenuto l’assegnazione dell’aiuto comunale alla palestra, non è ancora chiaro quali potrebbero essere le opzioni realmente viabili per risolvere la contesa: sarebbe infatti persino stata considerata l’eventualità di acquistare l’intera proprietà per garantire la sopravvivenza del centro e destinare gli appartamenti presenti nell’immobile al parco comunale di abitazioni popolari.

La palestra che si comportava come un centro sociale

Da ormai quattro anni la palestra Sant Pau rappresenta un esperienza senza animo di lucro e sono oltre 1.200 i suoi soci, dei quali 700 beneficiano gratuitamente dei servizi del centro. Nel 2012 infatti la precedente gestione del polisportivo decise di disfarsi di un’attività che aveva accumulato una sostanziosa zavorra di debiti e si trovava al bordo della rovina. Un gruppo di impiegati con oltre 25 anni di anzianità nell’impresa decisero allora di farsi carico dei circa 60.000 euro di debiti e, per un euro, comprarono la palestra e ne assunsero la gestione.

Da allora si è trasformata in qualcosa che assomiglia più ad un attore che interviene attivamente nel contesto sociale che lo circonda che ad un semplice centro sportivo: oltre 400 bambini in situazione di rischio di esclusione sociale hanno potuto usufruire della palestra in forma gratuita, esattamente come gli adolescenti che dimostrino la prosecuzione del loro percorso scolare, che “se vengono promossi, possono entrare senza pagare“. Fra gli utenti del centro figura un 65% di migranti, essendo l’unica palestra che permetta l’iscrizione a chi non dispone di documenti regolarizzati, che allarghi i propri orari durante il Ramadan e che preveda sconti per il collettivo dei venditori ambulanti.

La collaborazione con associazioni come Generem si riflette inoltre nell’implicazione nelle problematiche di discriminazione di genere e si ripercuote, in modo apparentemente lieve ma simbolicamente rilevante, sul corpo stesso della struttura, che dispone di spogliatoi per persone transessuali.

Negli ultimi mesi il centro ha dovuto far fronte anche all’aumento dell’IVA sui servizi culturali (dall 8 al 21%) ma le criticità del centro continuano ad essere prettamente economiche ed i lavoratori non sono disposti a rinunciare ad uno spazio così attivo nel tessuto sociale del quartiere e della città.