Paraula Secreta 1×01 – Quando imbocchi una strada contromano, non ci sono semafori

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Olivetti, Moulinex, Chaffoteaux et Maury – Quim Monzó

Primo episodio di Paraula Secreta, il podcast di Barnaut su lingua e letteratura catalane:
questa settimana parliamo di Quim Monzó e vi proponiamo la lettura di “Cacofonia“, racconto breve tratto dalla raccolta”Olivetti, Moulinex, Chaffoteux et Maury“.

 

Ascolta “Paraula Secreta 1×01 – Quando imbocchi una strada contromano, non ci sono semafori” su Spreaker.

 

Vi proponiamo inoltre una traduzione all’italiano del racconto letto durante la trasmissione:


Cacofonia

Da sempre, l’A aveva sentito una voglia matta di prendere il carrer Balmes contromano; o per errore (una notte di bagordi, dopo aver chiuso tutto) o coscientemente (per rompere lo specchio della monotonia).

Si immaginava l’ondata crescente di automobili, colori su colori ammucchiandosi nelle bocche indignate: luci smarrite deviando a destra e sinistra per evitarlo e, conseguentemente, scontrandosi le une con le altre: la catastrofe più grande della storia: un caos concentrico che si espande di strada in strada, di quartiere in quartiere, di città in città, e si apre da un continente all’altro, la mare…

Anche adesso sentiva questa voglia. Tuttavia (e faceva schioccare la lingua contro il palato per nascondersi un gusto verde, di fiele), cominciava a scendere lungo carrer Balmes nell’ortodossia più stretta: verso il mare; si era appena lasciato alle spalle la Rotonda.

Si era fatto qualche cicchetto alle pendici della montagna, fra le palme, seduto su sdrai di tela color grezzo, giusto dove l’ultimo tram del pianeta fa il giro e un pianista distratto, mentre agonizza, inciampa su Three Little Words, una volta ed un’altra ancora, con un piano lucente.

All’altezza della stazione del Putxet dovette frenare: un semaforo. Accese la radio. Girò la manopola. Trovò Benny Goodman e ciò lo portò all’ottimismo. Alzò il volume. Il semaforo tornò al verde e lui pensò all’anilina. Cambiò carreggiata mentre attraversava Mitre. Come calpestando foglie secche, accelerò. Di fronte al bar libreria Crystal City, parcheggiò sul marciapiede. Al bancone c’era una ragazza che leggeva delle riviste. Di tavoli, soltanto uno era occupato. Chiese un caffè, curiosò tra gli scaffali: c’erano da trattati di geografia basca fino ad enigmi dell’Egitto polveroso. Sfogliò The Last Tycoon. Bevette il caffè a sorsetti. Pagò libro e caffè. Uscì per strada. Attraversò la via Augusta con il rosso.

Si sentì molto solo. Gli passò per la testa di fare uno spuntino. Controllò l’orologio: mancava mezz’ora prima di incontrare la B. Accese una sigaretta: si immaginò fumandone tre. Ne accese altre due e le fumava tutte simultaneamente. Sorrideva della fila che doveva fare, visto da un’altra automobile. Si sentì compiaciuto. Pensò che al mondo non c’è nulla che sia migliore di nessun’altra cosa; pensò a lampioni che sprofondavano, verticali. Faceva freddo.

Prima di arrivare alla Travessera dubitò se svoltare a sinistra e perdersi per Gràcia. Non si decise fino a La Granada, ed allora già era troppo tardi e la testa si perdeva in nuovi dubbi: parcheggiare a Tuset e mangiare una frittata stravaccato su un divano bianco? Al semaforo della Diagonal gli sembrò che non avrebbe abbandonato mai quella strada.

Accelerò immediatamente quando il verde dei pedoni cominciò a lampeggiare. Un auto ritardataria che andava verso Macià sbandò per evitarlo, suonò il clacson, lo insultò e si andò a schiantare contro un cassonetto. L’A accelerò, lasciò dietro di sé strade e semafori incolori. Attraversò la Gran Via con il rosso, sfacciatamente (e provocò due tamponamenti e feriti, sirene di ambulanza ed una stella fugace, però questo minuti più tardi).

Vide il Forn del Cigne chiuso. Dubitò se, a quell’ora, dentro preparavano torte. Gli venne in mente di lanciarsi, sfondare la porta, entrate con la macchina fino al retrobottega, salutare i fornai ed abbandonare il locale da una porta d’emergenza, scrollandosi la farina dalle maniche. Era falso che non avrebbe mia abbandonato quella strada: saltò la linea continua e imboccò la Rambla. Parcheggiò alla porta del Baviera. Si sedette al tavolino, sul marciapiede. Pochi passanti. Sbadigliò. La B arrivò tardi, con un maglione bianco e pantaloni blu, stretti. L’A si immaginò il culo di lei. Guardò l’orologio.

– Poco puntuale.
– Non hai idea di che traffico ci sia. sono venuta in taxi; abbiamo dovuto deviare per il Paral.lel, ed usciva molta gente dai teatri, e la polizia faceva un’operazione al carrer Nou. Sono impazziti: hanno chiuso il Marsella e il London. Non ci hanno lasciato passare per la Rambla. Sono dovuta venire camminando dalla cattedrale.

L’A pensò che dovevano essere dieci anni che non calpestava il London. Ricordò un amico, una notte: gli Enfants Terribles, il commissariato di polizia, il forno di ensaimade che apre all’alba. Considerò come passano gli anni.  La B continuava:

– … come se volessero farci obbedire. Pensa: alla nostra età, adesso che ciascuno di noi è un piccolo detentore di una piccola verità. Non fare questa faccia da merluzzo. Ti rendi conto che tutti si credono l’ombelico del mondo? L’altro giorno la Tèbia mi ha detto..

L’A aveva sete. Fece segnali ad un cameriere che faceva come se non lo vedesse. La loquacia della B non aveva crepe:

– … e il Riba ha soldi (ed aver soldi è per lui la cosa più importante del mondo, l’unica cosa importante), ed il Joan scopa ogni notte con una ragazza diversa (perché sedurre una ragazza diversa ogni notte è quel che più gli importa, e pensa che chi spreca il tempo in altre occupazioni è uno sciocco), e Marcel mangia molto (e non capisce come qualcuno possa stare troppo tempo lontano da una tavola ben imbandita), e…

L’A si immaginava scendendo la Rambla, come un lampo, e lanciandosi all’acqua. Il cameriere serviva una tavola, tre più in là.

– … legge, e Manel è chi prende più anfetamine del gruppo (chi più, il numero uno), e Marta è imbecille (la più imbecille della scala: la numero uno), e Pere e Nuria si amano molto (perché hanno visto molti film di Doris Day e sono il record della coppia stabile del quartiere), e Xavier è introverso (l’introverso più solitario del paese forse) e la Maria l’estroversa più..

L’A chinò la testa. Si immaginò la macchina eludendo il bordo del monumento a Colombo, accelerando verso le scale, la B gridando, la macchina rotolando, incontrollabile, girandosi su un lato, cadendo soavemente nelle acque oleose, opache di petrolio.

– … e l’Eugenio è che vede più televisione della provincia (il record provinciale), ed il signor Pere lavora molto (più di qualunque altra bottega), e Octavi beve senza misura (ed è orgogliosissimo di essere il più alcolizzato di casa sua), e il Tomàs è un cinefago, ed Manolo l’avanguardia della classe operaia, e la Ignàsia possibilista, ed Eulàlia radical, e Artur gay, e il signor Jaume felice ed eterosessuale, e la Fina freddolosa. Tutto va bene perché ciascuno è ciascuno: c’è uno schema di condotta per ciascuno di noi: tante teste, tanti cappelli, tanti ombelichi.

L’A approfittò che la B si era zittita un istante per prendere fiato:

– Possiamao andare a prendere qualcosa dove ci servano?

Si alzarono giusto quando il cameriere si era deciso ad avvicinarsi. Li guardò con volto d’indignazione e girò i tacchi. Salirono in macchina. Fecero il giro della piazza ed imboccarono la ronda Universitat. All’altezza di Balmes, l’A frenò. Gli edifici gli sprofondavano, adesso, più dei lampioni.
Girò a destra: saliva, dunque, per Balmes, e le grida della B si confondevano con gli insulti della gente per strada, scarsa e con poca voglia di intervenire. Quando imbocchi una strada contromano, si rese conto l’A, non ci sono semafori.

Passata la Gran Via si trovarono la prima macchina; quelli da dentro li guardarono sorpresi. Fino alla Diagonal ne incrociarono altri sette (e per nessuno dei sette fu difficile cambiare di carreggiata). Arrivati alla via Augusta, la salita già si convertì in legale ed i semafori tonarono a mostrare la faccia. Salirono lungo l’avinguda Tibidabo e, quando arrivarono dove muore il tram, i bar avevano già chiuso. L’A pensò che era come aver barato, questo di salire Balmes all’alba, con così poche macchine. Parcheggiarono e, appoggiati ad una ringhiera che affacciava sul vuoto, osservarono la città che si estendeva (e si stringeva allo stesso tempo) fino al mare, che non ha limiti. Tre ore più tardi, il sole cominciò ad uscire a poco a poco.