Problemi di memoria condivisi

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(Enrico De Seta, Serie di 8 cartoline umoristiche disegnate dal pittore Enrico Deseta ad uso delle truppe italiane dell’Africa Orientale, Milano, Edizioni d’Arte Boeri, 1936)

Ronald Fraser, storico conosciuto per essersi occupato della memoria e del rimosso della storia dello Stato spagnolo attraverso l’allora pionieristica metodologia della storia orale, è risorto appositamente per suicidarsi, dopo aver ascoltato José Antonio Sánchez.

Il presidente di RTVE, l’azienda di telecomunicazione a partecipazione statale che rappresenta il servizio pubblico radiotelevisivo dello Stato spagnolo, lo scorso giovedì è intervenuto a una conferenza alla Casa de América, istituzione culturale di rappresentanza della comunità spagnola nelle Americhe con sede a Madrid. In linea teorica l’intervento avrebbe dovuto incentrarsi sul raggiungimento di quest’ultima da parte dei canali RTVE; Sánchez invece, dopo essersi scusato per il cambio di programma – dovuto, parole sue, alla «mancanza di conoscenza riguardo la tematica» – ha deciso di creare un mostro concettuale e, contemporaneamente, di pugnalare chiunque faccia ricerca storica, tanto nello Stato spagnolo quanto nei territori da esso colonizzati per secoli.

Secoli di uccisioni dirette e indirette, attraverso le malattie portate dai conquistatori europei; di riduzione in schiavitù, e spesso di traslazione forzata a terre mai viste; di saccheggi delle proprie terre ricche e fertili; di cristianizzazione armata e distruzione delle culture preesistenti; di violenze sessuali; di distruzione dell’ambiente. Secoli di genocidi ed ecocidi continui da parte del Nord del mondo, perpetuati poi per molti anni ancora attraverso un rapporto di totale dipendenza economica e politica dagli interessi del capitale europeo e statunitense. Secoli liquidati da Sánchez, un personaggio con un’autorità istituzionalmente e socialmente riconosciuta, come falsità, perché dopotutto – sempre citandolo testualmente – «che ci siano state cose brutte? In quale colonizzazione non ce ne furono?». D’altronde, «da quale testa può venir fuori che gli spagnoli di allora andassero a dedicarsi allo sterminio di esseri umani?». Stando alle ricostruzioni di Sánchez, la conquista spagnola fu, più che un’operazione di devastazione e saccheggio, un’opera «evangelizzatrice e civilizzatrice», passata per la costruzione di «chiese, scuole e ospedali» e che avrebbe reso l’invasione spagnola delle Americhe «la più grande conquista della storia dell’umanità, dopo la nascita di Cristo. E l’opera della Spagna è stata di tale grandezza che per secoli i nemici dell’impero hanno dedicato il meglio di sé a infangarci».

Le dichiarazioni di Sánchez verrebbero considerate come incommentabili da chiunque abbia un minimo di consapevolezza della portata storica del colonialismo spagnolo in America Latina e non solo. Eppure sono lo specchio di una visione radicata profondamente nell’Europa ex colonialista.

Certamente, in un paese la cui principale festività civile nazionale è il 12 ottobre del primo sbarco di Colombo nelle Americhe non si può pretendere che una tale visione non abbia riscontro in vasti settori della società. Specialmente quando tale festività si chiama Día de la Hispanidad, giorno di una “ispanità” che l’ex potenza coloniale bianca e cristiana ha portato al resto del mondo come gentile concessione, fatta assurgere a valore normativo di rettitudine culturale, di bellezza esclusiva; di superiorità. E soprattutto quando, fino a pochi anni fa, tale festività era chiamata Día de la Raza, dal regime parafascista che l’aveva introdotta. C’è da sottolineare però, come succede spesso per tanti altri aspetti della vita politica e culturale di qui, che tale lettura da Kipling si scontri nella quotidianità della società spagnola con un’altra realtà di critica e conflittualità, una realtà diffusa che non arretra di un centimetro davanti a nulla. È così che abbiamo ogni anno, in tutta la Spagna, migliaia e migliaia di persone che manifestano per distaccarsi dalla barbarie di una simile concezione di sé, così come dagli orrori portati dal colonialismo del loro paese. Non ci metteremo a elencare qui di seguito tutte le varie problematiche di memoria presenti nello Stato spagnolo attuale, perché sono veramente tante. Ma, soffermandoci sulla tematica coloniale e osservando più largamente l’intero scenario europeo, possiamo osservare con chiarezza che quello spagnolo non sia l’unico Stato europeo odierno nella cui società e nella cui cultura pubblica siano diffusi problemi di concettualizzazione del proprio passato e della propria imposizione verso mondi altri al di fuori del continente.

Possiamo pensare ad esempio alla Francia, che non ha mai riconosciuto molti dei propri torti nella questione algerina, né molte delle proprie mattanze di algerini, a partire da quella del 17 ottobre 1961 che ebbe luogo proprio a Parigi (http://www.ilpost.it/massimocirri/2013/10/18/la-notte-in-cui-a-parigi-uccisero-gli-algerini/) e che fatica a tutt’oggi a entrare nella cultura pubblica più diffusa. Possiamo pensare al Regno Unito, in cui un sondaggio dell’anno scorso (http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/british-people-are-proud-of-colonialism-and-the-british-empire-poll-finds-a6821206.html) ha rivelato che solo un/a cittadin@ britannic@ su cinque abbia visioni critiche nei confronti del passato coloniale del proprio paese.

E possiamo pensare, soprattutto, al contesto da cui veniamo: l’Italia. Quel paese nelle cui scuole si insegna che in Etiopia i nostri avi siano andati a costruire scuole e ospedali, e non si citano i gas nervini e i massacri spinti da un razzismo con cui la società italiana non ha mai fatto i conti (http://www.wumingfoundation.com/giap/2012/11/la-guerra-razziale-tra-affile-e-il-colonialismo-rimosso-santoro-wu-ming-2/). Quel paese in cui non si parla da nessuna parte dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia (http://www.diecifebbraio.info/category/imperialismo-italiano/), e in cui i crimini dell’amministrazione coloniale fascista in Istria vengono taciuti allo stesso modo (http://intranet.istoreto.it/esodo/parola.asp?id_parola=3), mentre in occasione di ogni 10 febbraio (data della firma di un trattato di pace che dal 2004 in Italia è stata dichiarata giornata di lutto nazionale) politici e giornalisti sostengono in tutti gli organi d’informazione posizioni ridicole che parlano di “pulizia etnica” ai danni degli italiani, nonostante le decine di migliaia di italiani che rimasero nell’Istria jugoslava (http://www.wumingfoundation.com/giap/2015/02/foibe-o-esodo-frequently-asked-questions-per-il-giornodelricordo/). Quel paese in cui trova lo stesso silenzio la distruzione della Catalogna in cui viviamo per mano della Regia Aeronautica, in una guerra sporca contro una popolazione poco più che inerme, e che a tutt’oggi si rifiuta di collaborare con le istituzioni catalane e spagnole per fornire riparazioni di qualunque genere (http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/16/news/le-bombe-italiane-sulla-guerra-civile-spagnola-una-ferita-ancora-aperta-1.291384). I problemi di memoria su cui è necessario lavorare, in Italia, sono tanti. E la memoria serve.