Paraula Secreta 1×03 – (Non) Sparate al borghese

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Questa settimana la terza puntata di Paraula Secreta ci mette al centro di una sparatoria dove si intrecciano le mire della borghesia, le ragioni dei lavoratori e lo sguardo attento di un detective: “No dispareu contra el burgès” di Jaume Fuster, contenuto in “Les claus de vidre” e al centro di questa nuova puntata del mattinale dei notturni.

Ascolta “Paraula Secreta 1×03 – (Non) Sparate al borghese” su Spreaker.

 

Vi proponiamo inoltre una traduzione all’italiano del racconto letto durante la trasmissione:


Non sparate contro il Borghese

 

Non si fidava della polizia, perciò lo chiamava. Se poteva andare immediatamente. Non avremmo parlato di soldi. Si trattava di un servizio di protezione.

Chiusi l’ufficio e me ne andai verso casa per fare la valigia: due cambi, un pigiama, una camicia, lo spazzolino da denti e l’arma. Era il mio strumento di lavoro in casi di protezione. Quel che è sicuro, tuttavia, è che non mi è mai piaciuto fare da gorilla. Però si sa che chi paga comanda ed io sono votato ai clienti no?

La fabbrica di tessuti era giusto all’uscita dell’autostrada. Luceva un’insegna faraonica: “Successor de Jaume Prats, S.L.” ed una ciminiera fantascientifica che spargeva per la contrada un fumo giallastro e olezzante.

Parcheggiai davanti all’edificio destinato alle officine, scesi dall’automobile e cercai di entrare. Esatto, soltanto feci un tentativo, perché un tizio alto come un gigante, vestito di verde oliva con un pistolone da sceriffo al cintura mi sbarrò il passo.
– Altolà, capo! Dove va così di corsa, se si può sapere?
– Il signor Prats mi aspetta.
– Non ci credo. Il capo non aspetta mai nessuno.. Che vende?
– manuali di buona educazione. Mi faccia il fottuto favore di annunciarmi. Mi chiamo Arquer ed il signor Prats mi aspetta. Non mi faccia perdere tempo, se non volete che finisca male.
Borbottò un poco ma alla fine alzò il telefono interno.
Chica… Sono Toni.. Un tale Arquer dice che vuole vedere il capo.
– …
– Ah, bene.. Si, Si, d’accordo! – Attaccò l’apparecchio e mi guardò sorpreso-: Mi hanno detto che aspetti un momento.
Fu un momento realmente. Non aveva avuto tempo di guardare le fotografie appese alle pareti del vestibolo, che rappresentavano vecchie scene della fabbrica, con operai in blusa, espadrillas e cappello, di un color seppia che facevano innamorare, quando comparve un lacchè rachitico e viscido.
– Signor Arquer? .. Mi dispiace averla fatta aspettare.. Venga, per di qua. Il signor Prats la riceverà immediatamente. Ha una riunione con i rappresentanti sindacali, però mi ha detto che non l’avrebbe fatta aspettare.
Attraversammo l’ufficio, lo studio artistico ed il laboratorio tecnico, per un corridoio vetrato. Il sancta sanctorum del proprietario dominava tutto il piano.
Nell’ufficio di fronte c’erano due stenografe, un inserviente che imbustava lettere e la tavola della mia guida, il segretario personale del capo. Llopis, il lacchè, parlò per l’interfono che aveva sulla tavola.
– Signor Prats? … Il signor Arquer è già qui.
– …
– Molto bene – si girò verso di me-: il signor Prats vuole che entri adesso stesso.
Lo feci.
C’erano sette uomini nell’ufficio del signor Prats. Sei erano normali. Il settimo era il borghese. Che avesse la pressione alta si vedeva da un ora di distanza. Che i conti correnti fossero alti anche, lo dimostravano gli abiti che indossava e, soprattutto, la posa da signore delle finanze che aveva.
– Arquer, venga! – mi chiamò.
– Buongiorno! -dissi per rompere il ghiaccio. Nessuno mi rispose.
– Li guardi bene, Arquer! -mi ordinò il capo, segnalando i sei lavoratori-: e voi guardate lui. Porta una pistola?
Mi palpai l’ascella ed annuii con la testa.
– Vendo i miei servizi, non l’arma.
– Ho ricevuto minacce per farmi pressione e firmare questo accordo.. Questa è la mia risposta.. Non ho paura, io! E adesso se ne vada!
Mi ero ficcato in un bel ginepraio. Prats mi voleva come cane da presa, però io ci vedo molto chiaro: proteggerlo , bene. Fargli il bucato, no.

I patti sono patti. Fino a che non si fosse chiarita la situazione lavorativa, avrebbe dovuto vivere a casa sua, accompagnarlo alla fabbrica, alle visite e nei viaggi che faceva spesso a Barcellona. In cambio, avrebbe dato tregua alla sua pancia.
La casa, come la chiamava lui, era una villetta modernista poco fuori dalla città, circondata di parchi. Ci viveva con la moglie ed un esercito di servitori. La ragazza grande studiava a Londra ed il figlio piccolo lo faceva a Barcellona e solo veniva per i fine settimana.
I due primi giorni mi fece a pezzi. Gli operai si erano dichiarati in sciopero e lui non la smetteva. Dalla fabbrica , alla camera di commercio, dalla camera di commercio a Barcellona, al governo civile o patronale, dalla patronale al Dipartimento del Lavoro della Generalitat… e ricominciamo che ancora non è niente.

Ogni volta che attraversavamo in auto il piazzale della fabbrica mi sentivo male. Era come se gli sguardi di odio degli operai mi forassero al pelle, in cerca della mia dignità perduta.
E così un dia ed un altro.
Fino al giorno che facevano cinque.

Eravamo stati a Barcellona, praticamente tutto il giorno. Io ne avevo approfittato per passare dall’ufficio e raccogliere la corrispondenza e per andare a casa e prendere altra roba pulita. la signora se n’era andata quella mattina a Londra, a trovare la figlia. la servitù allestiva la cena del proprietario, o toglievano la polvere o vai a sapere.
Il signora Prats era nello studio ed ascoltava musica mentre controllava delle carte. Ed io ero in giardino, facendo una ronda di sicurezza. Il sole calava ed un chiarore giallo avvolgeva gli alberi, dorava il prato e mi riempiva le palpebre do un torpore dolce e conciliante.
Ed allora, al di sopra della musica -Prokofiev-, sentì due scoppi. Erano due spari.
Senza neanche accorgermene correvo verso la cara con l’arma alla mano. Qualcuno aveva rotto la vetrata dello studio che dava sul giardino. E aleggiava un leggero odore di polvere. Ed il signor Prats giaceva a terra.
Mi maledissi le ossa per aver accettato quel tipo di lavoro. Un segugio cui uccidono il padrone ha perso tutti gli agganci. Mi potevo già cercare un altro mestiere!
Fortunatamente il borghese respirava. Mi inginocchiai al suo fianco. Aveva una ferita da niente dove a stento si era alzata la pelle. Gli sbottonai la camicia, andai a cercargli un bicchiere d’acqua e e lo aiutai a sedersi su una delle poltrone.
-L’ho visto!… L’ho visto!… -ripeteva-. Era Sànchez! All’improvviso è apparso, ha rotto la vetrata ed è entrato. Portava un revolver in mano!.. Non ho avuto tempo di fare niente.. Ha sparato ed ho perso i sensi!
C’erano due fori di pallottola. Uno en un Fortuny della prima epoca che pendeva al lato di uno specchio veneziano che c’era sul camino di marmo di Carrara. l?altra pallottola si era incastonata nel secondo volume dell’Enciclopedia Catalana, fra le lettere “Curo” e “Espal”. A terra, al lato dello specchio raccolsi due cartucce di metallo, di una nove corta.
– Arquer, avvisi immediatamente la polizia! Voglio che detengano quest’uomo!
– Prima di avvisare la polizia voglio controllare una cosa, signor Prats!
– Bene, lei è lo specialista… Faccia quel che crede migliore..

Sànchez viveva in una appartamento nuovo del raval della città. Uno stuolo di bambini giocavano nel giardino della parte anteriore del blocco. Non c’era ascensore e attraverso al tromba delle scale mi giungeva ogni tipo di conversazioi, musiche di transistor e chiacchiericci di televisori. Ed una puzza acre di mangiare.
Riconobbi l’uomo che mi aprì la porta. Era uno dei sei che aveva visto il primo giorno nell’ufficio del signor Prats. Anche lui mi riconobbe.
– La invia il capo?
Parlava un andaluso stretto che capivo a fatica.
– No.
– Che vuole quindi?
– Poco fa qualcuno ha sparato contro il signor Prats. Lui assicura che ha visto il suo aggressore. Dice che è lei.
– Io?… Che maledetto! Io non ho sparato a nessuno!
– Dov’era un’ora fa?
– Qui …
– A casa?
– No. Siamo usciti da una riunione al locale ed io sono venuto a piedi..
– Con qualche compagno?
– No, solo.. però io non ho sparato a nessuno.. Se non ho neanche un arma!
– Non si preoccupi.
E me ne andai, come se fuggissi da quell’ambiente miserabile.

Gli avevano bendato la testa e uno dei servitori cambiava il vetro rotto della vetrata dello studio.
– Ebbene, Arquer? -disse, vedendomi.
– Ho parlato con Sànchez. Dice che alle sei è uscito da una riunione e che è tornato a casa a piedi, da solo.
– Ovvero non ha un alibi.. perché non l’ha detenuto, Arquer?
– Non è il mio lavoro.
– Il suo lavoro è eseguire i miei ordini.. e proteggermi, per quanto quest’ultima..
Afferrò il telefono. Gli strappai la cornetta dalla mani.
– Tranquillo.
– Si è bevuto il cervello, Arquer?.. Mi lasci chiamare la polizia! Questo personaggio deve andare in prigione!
– Tranquillo, le ho detto.. Dove ha nascosto l’automatica, Prats? Se pensa che siccome è il proprietario e signore della città potrà far rinchiudere un povero innocente si sta sbagliando di grosso!

Si fece tutto rosso. tremava come una foglia d’albero in un dia di acquazzone.
– Se ne vada!.. Non la voglio tornare a vedere qui!
– Va bene, me ne vado.. ma lasci tranquillo questp pover’uomo!.. Se lo accusa, parlerò con la polizia .. Ho prove che l’attentato è stato una montatura!

Quella notte dormii a casa, con la coscienza tranquilla. Avevo perso un cliente e cinque giorni di lavoro ma il mondo mi sembrava migliore ed anch’io.