Lo scorrere dei giorni non fa che aumentare la confusione. Più ci avviciniamo al Referendum del 1 Ottobre, più le notizie, le dichiarazioni al vetriolo, i tweet polemici e le tante dietrologie non fanno che aumentare la confusione. Forse è il caso di tracciare una mappa degli scenari possibili, partendo dalle grandi incognite di questa tornata referendaria. Dalle tre grandi incognite, per la precisione. Perché se è vero che non sappiamo ancora se si potrà celebrare o meno il referendum, vista la strenua opposizione del governo di Madrid e l’armamentario repressivo messo in campo, anche l’affluenza resta un’incognita, esattamente come il risultato. Queste tre domande ci hanno convinto a dar fondo a tutte le nostre (pochissime) competenze in Teoria dei Grafi, per arrivare ad elaborare lo schema che vi proponiamo in questo articolo. Tre grandi domande, come detto, e sei scenari possibili dal due ottobre in poi. Difficilmente riusciremmo a concepire articolo più precario di questo. La situazione evolve di ora in ora, e questo schema viene pubblicato con la speranza di contribuire alla discussione, ma con la consapevolezza che potrebbe diventare inutile in poco tempo. Gli scenari sono da intendersi come casi- limite. Difficilmente si realizzeranno nell’esatta forma in cui li scriviamo, ma è ragionevole pensare che si tratta di una buona approssimazione.

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Scenario 1: La Repressione

Il braccio di ferro tra Madrid e Barcellona finisce con un atto di forza da parte del governo Rajoy, che riesce ad impedire la celebrazione del Referendum. Si tratta di uno degli scenari peggiori per la stabilità dello Stato Spagnolo, la cui drammaticità varierebbe solo a seconda della violenza con cui si attua il piano repressivo del governo. Articolo 155 e sospensione dell’autonomia? Guardia Civil in tutto il territorio catalano, ad ogni seggio? Arresto delle autorità catalane? I famosi Tanques (carri armati) per la Diagonal? Ovvio che l’indignazione dei catalani per un qualcosa che viene ormai visto dalla maggioranza (a ragione, diciamo noi) come una privazione di diritto, crescerebbe al crescere della drasticità delle misure adottate e finirebbe per lasciare il campo senza vincitori né vinti. Se non si riesce a far rispondere la gente alla domanda, se nessuno ha possibilità di esprimersi sul volere o meno “la Catalogna come stato indipendente in forma di Repubblica”, allora quella risposta resterà nella dimensione eterea dei numeri delle piazze e dei sondaggi, per poi cercare una risposta in mobilitazioni di piazza e in confronti anche violenti.

Il buon senso dovrebbe suggerire al governo Rajoy di evitare che il muro contro muro superi un certo limite, ma in questa frase convivono due espressioni che lasciano pochi dubbi sulla contraddizione che sottolinea. “Buon senso” e “governo Rajoy”.

Scenario 2: L’inciucio

Non si vota, ma c’è un accordo con Madrid. Sicuramente l’espressione “inciucio” è leggermente ingenerosa. Nella complessità del mondo indipendentista ci sono anime differenti, e diverse sono le motivazioni che spingono le persone ad appendere l’estelada al balcone. Ad esempio, seguendo l’evoluzione politica del partito di centro-destra alla guida della Generalitat, quella Convergencia Democratica de Catalunya ora Partit Democrata PDeCAT che è passato da storica forza autonomista ad imbracciare l’indipendentismo al crescere del sentimento indipendentista negli ultimi anni, ci si può immaginare facilmente che molti dei sostenitori del siano in realtà “autonomisti delusi”, che vedrebbero bene una Catalogna con maggiori poteri in una Spagna che continuerebbe ad essere unita, e che hanno scelto l’indipendenza solo una volta capito che non c’era spazio per una prospettiva simile. Onestà impone di riconoscere che una parte minoritaria ma non trascurabile del movimento indipendentista, specie quella più moderata, sarebbe felice di rinunciare alla Repubblica per il ripristino dell’Estatut o per un nuovo patto fiscale.

Ad ogni modo, la cosa finirebbe per spaccare il movimento indipendentista. La CUP porrebbe fine alla legislatura di Carles Puigdemont, portando a nuove elezioni autonomiche ormai inevitabili e che avrebbero il senso di una resa dei conti. A chi andrebbero i voti dell’ANC? Come si posizionerà Esquerra Republicana? Chi subirà il contraccolpo più duro del tramonto del progetto indipendentista?

Scenario 3: La tripla crisi

Veniamo a descrivere quegli scenari che prevedono la celebrazione del Referendum. In Italia siamo abituati a considerare i referendum (non costituzionali) validi se superano il famoso quorum del 50% + 1 degli aventi diritto. Ad ogni modo, per le condizioni in cui si sta svolgendo la campagna referendaria e per le dinamiche tipiche della politica di qui, un voto con affluenza superiore al 40% verrebbe comunque difeso come una “partecipazione alta”. D’altronde, la legge del referendum non prevede quorum, e nello stato spagnolo la partecipazione al voto è storicamente molto più bassa rispetto all’Italia. Ma cosa succederebbe se la gente andasse a votare e vincesse il No? La “tripla crisi” è lo scenario in cui si realizza una consultazione unilaterale per l’indipendenza e vince il No. Tripla crisi, perché ad essere messi in crisi sarebbero almeno tre giocatori di questa partita. Va da sé che la sconfitta per il fronte indipendentista sarebbe fatale, e a poco servirebbe rivendicarsi il successo di aver comunque garantito il diritto d’espressione ai catalani. Le nuove elezioni autonomiche, inevitabili anche in questo caso, potrebbero cambiare permanentemente il volto del Parlament, ridefinendo a lungo termine i rapporti di forza della politica catalana. E spagnola. Chi ne gioverebbe? Sembra immediato pensare che la medaglia del vincitore andrebbe al fronte unionista, se solo non avessero scelto di puntare tutto sulla delegittimazione del referendum. Tanto i partiti unionisti catalani, quanto le loro controparti a livello statale, e lo stesso governo Rajoy, si troverebbero comunque di fronte ad un atto di disobbedienza civile moltitudinario. Per il governo sarebbe un colpo durissimo: la Spagna resta unita, ma non per effetto dell’azione di governo o della solidità delle istituzioni monarchiche: ma per volontà dei catalani che hanno comunque deciso di disobbedire. In pratica, Atene piangerebbe e a grandi lacrime, ma Sparta avrebbe ben poco da ridere. E se le sentenze del TC si rivelassero inefficaci e disattese dai più, allora facile pensare che il terzo giocatore ad essere messo in crisi è proprio il regime monarchico costituzionale uscito dalla transizione del ’78, e forse (forse) il tramonto dell’estelada potrebbe essere seguito dal ritorno della tricolor. Concedeteci un pizzico di malignità: c’è un tizio con codino e pizzetto che vive a Madrid e non aspetta altro. Lo scenario è comunque poco probabile: i partiti unionisti hanno invitato al boicottaggio del referendum, ed il dato del No finirà per risentirne parecchio.

Scenario 4: L’indipendenza

Il sogno degli indipendentisti si realizza. Il referendum si celebra con un’alta affluenza e vince il Sì. Lo scenario più probabile di un referendum celebrato con media – alta affluenza avrebbe una conseguenza già scritta nella legge di transitorietà: indipendenza e proclamazione della Repubblica entro le 48 ore dalla fine dello spoglio. Difficile pensare che lo stato spagnolo eviti di reagire, ma rispetto allo scenario 1 (ed alla situazione attuale), ci sarebbe una differenza notevole. Abbiamo già scritto di come Stati Uniti ed Unione Europea abbiano lasciato intendere che ci sarebbe un’apertura di dialogo con il nuovo stato catalano in caso di vittoria del Sì. Un simile risultato potrebbe cambiare quel mantra che viene sempre ripetuto a livello internazionale. Non si tratterebbe più “di una questione di politica interna della Spagna”, ma di un vero e proprio rompicapo internazionale. Le misure repressive di Madrid finirebbero sotto i riflettori della comunità internazionale, ed il governo del PP si ritroverebbe un sacco di “impiccioni” non desiderati a girargli per casa.

Può succedere di tutto, questo è chiaro. Se però ci lasciate azzardare una previsione, a quel punto sarà determinante la valutazione della comunità internazionale e delle istituzioni di governo del capitalismo (FMI, Banca Mondiale, Unione Europea, istituti di rating…). Il punto sarà stabilire quanto la Spagna sia ancora in grado di pagare il suo debito e garantire stabilità nella regione più produttiva dell’area mediterranea. Se la valutazione dovesse essere negativa, allora l’appoggio ad una Catalogna indipendente potrebbe essere considerata come una via percorribile. Ovviamente, c’è chi lotta per una Repubblica che si ponga in aperto contrasto con queste istituzioni e con lo sfruttamento del capitale, ma il passaggio attraverso una Catalogna benedetta da banche ed FMI potrebbe finire per essere l’unica via percorribile anche per la sinistra anticapitalista, specie a valle di un processo indipendentista ampiamente egemonizzato dalle forze moderate e riformiste.

Escludiamo per brevità (e per evitare complottismi) lo scenario in cui vince il Sì con alta affluenza e la Generalitat si rimangi la parola data. Non dovrebbe succedere. O forse si. In quel caso non resterebbe che fare i nostri migliori auguri a Carles Puigdemont ed al suo partito, pronti a vincere le elezioni per il governo della famosa isoletta in cui ci sono Elvis, Hitler e David Bowie.

Scenario 5: L’indipendenza “azzoppata”.

Veniamo al caso in cui votino in pochi. C’è uno scenario intermedio che non siamo riusciti a mettere nel nostro grafo, ma che è tutt’altro che irrealistico: l’affluenza “a chiazze”. La repressione di Madrid potrebbe risultare in un risultato a metà, ovvero potrebbero arrivare a chiudere solo qualche seggio, riducendo drammaticamente l’affluenza. Per convenienza di discussione, ci limitiamo a mettere insieme questa possibilità con lo scenario di una bassa affluenza, visto che le cose coinciderebbero sostanzialmente negli effetti. Votano in pochi, e vince il . In quel caso valgono le considerazioni dello scenario precedente, però la Catalogna avrebbe molti più problemi a convincere la comunità internazionale del fatto che lo stato spagnolo abbia perso la capacità di governarla. Il rischio è che non si arrivi neanche alla dichiarazione di indipendenza, e tutto si limiti ad una riedizione del referendum del 2014. Alla Generalitat questo lo sanno bene: serve che la gente vada a votare, e che ci vadano in tanti.

Scenario 6: Il Divino Amore

A Barnaut siamo gente generosa e paziente. A voi non sembra, ma è così. La nostra esperienza personale ci avvicina molto alle posizioni della sinistra indipendentista e libertaria, e con molti compagni e compagne del movimento barcellonese condividiamo spazi di confronto e di lotta. Vi vogliamo bene, sorelle catalane e fratelli catalani. Ma tanto bene. Il problema è che se fate tutto questo casino per un referendum a cui partecipano in pochi e lo perdete pure, non sappiamo bene come aiutarvi. Non ci resterebbe che rifarci alla saggezza popolare, rispolverando quel vecchio refrain romano. Il Divino Amore è un santuario situato a sud della Capitale, e quando si vuole dire a qualcuno che è irrimediabilmente sfigato, allora gli si consiglia “d’annà ar Divino Amore“. Per fortuna, i sondaggi, la logica e tutto il resto ci rassicurano abbastanza sul fatto che Puigdemont Junqueras e la Forcadell si riescano ad evitare l’Ardeatina. Ora pro nobis.