UE e Stati Uniti pronti a riconoscere una Catalogna indipendente.

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Unione Europea e Stati Uniti si dicono disposti a trattare con una Catalogna indipendente. Nonostante si rimanga sulla via ipotetica, non c’è nessun riferimento sulla legittimità del referendum nelle dichiarazioni del presidente Jean-Claude Juncker e della portavoce Heather Nauert: se si renderanno indipendenti, parleremo con loro.

Già durante i giorni dell’approvazione delle leggi sul referendum e di transitorietà, avevamo avuto la sensazione che qualcosa fosse cambiato nella contrapposizione tra indipendentisti ed unionisti. Ci concediamo un po’ di speculazione strategica spicciola, senza averne titolo alcuno, ma forse il ragionamento regge.

L’opposizione unionista sceglie di giocarsi il tutto per tutto sull’invalidazione dell’1-O.

Si votava il 6 ed il 7 settembre. Il 6 era prevista la discussione della legge che avrebbe definito data e modalità di voto del referendum (llei del Referendum), il 7 quella sulla legge che definiva la procedura di proclamazione di indipendenza (llei de transitorietat). Le opposizioni hanno fatto un ostruzionismo disperato, tentando di impedire che venissero approvate queste norme “illegali”, ma lo hanno fatto solo durante l’approvazione della legge sul referendum, limitandosi a qualche dichiarazione indignata quando si doveva votare la legge che avrebbe implementato il nocciolo del dibattito stesso: l’indipendenza e la costituzione della Repubblica. L’asse del dibattito si era spostato su di un piano differente, e così rimarrà nelle settimane a venire. Non più “indipendenza o no”, ma “fare il referendum o non farlo”. L’opposizione ha scelto di escludere dal dibattito le conseguenze del voto, hanno smesso di criticare la scelta di rottura per concentrarsi sul dispositivo stesso. Netto e manzoniano: questo referendum non s’ha da fare e quel che viene dopo è di scarso interesse. Abbiamo sottolineato spesso i limiti del fronte unionista, ed evidenziato i suoi errori, ma la scelta di concentrarsi esclusivamente sulla legalità del referendum potrebbe essere l’errore più grave, perché proprio nella giornata di oggi tanto gli Stati Uniti quanto l’Unione Europea si sono dimostrati disponibili a riconoscerlo.

Ma USA ed UE già considerano la consultazione valida, e sono pronti a trattare con il nuovo stato catalano.

La giornata è iniziata con l’attesa della decisione di Ada Colau, sindaca di Barcellona, sulla concessione degli spazi comunali per la consultazione. Alla fine ha deciso di concederli, ma la notizia è passata in secondo piano. In mattinata, la portavoce del Dipartimento di Stato statunitense Heather Nauert ha fatto sapere che “gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con tutte le istituzioni che emergeranno dal referendum del 1 ottobre”, di fatto avallando la legittimità del referendum e di una futura Repubblica Catalana. Nel pomeriggio arriva un’altra dichiarazione pesantissima, quella del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, che non si limita a dire che “riconoscerebbe la scelta dei catalani” in caso di voto favorevole all’indipendenza, ma si è anche pronunciato sulle future trattative per l’ingresso nell’UE. Nessuna via agevolata (la tanto discussa fast track), ma la procedura normale di application richiesta a qualsiasi stato membro. D’altronde – sottolinea il lussemburghese Juncker – sarebbe lo stesso se “il Lussemburgo del nord e quello del sud si separassero”. Non solo il referendum sarebbe riconosciuto, ma il risultato verrebbe rispettato, tant’è che si può già immaginare una futura trattativa con uno stato catalano indipendente. E riconosciuto come tale.

Queste dichiarazioni sono nuove alla stampa, ma viene facile pensare che l’atteggiamento di Europa e Stati Uniti fosse già ben noto nei corridoi delle diplomazie, anche spagnole. E forse, riusciamo a spiegarci questo insolito e goffo affanno del governo spagnolo, che si affretta a provarle tutte, perfino minacciare di “staccare la luce ai seggi” (non scherziamo, guardate qui). Di tutto, pur impedire un referendum che, se si celebrasse, sarebbe considerato valido a livello internazionale.

Forse a Madrid dovevano trattare la questione da un punto di vista politico. Forse.

Ci tocca tornare a sottolineare l’ingenuità e l’inefficacia dell’azione politica dei partiti unionisti. All’interno dello Stato Spagnolo, la questione della legalità del referendum è sicuramente rilevante per l’opinione pubblica, visto che mette in discussione lo stesso impianto della monarchia costituzionale derivata dalla Transizione. Per pensare però che questo tema appassioni le cancellerie estere ed i vertici UE, ci vuole un atto di fede. Da lontano certe cose appaiono come tecnicismi, specie se guardati da oltreoceano, dove tra Russiagate e il ricordo delle elezioni presidenziali del 2000 si tende ad andare per vie piuttosto spicce, in fatto di legittimità del voto. Se i catalani votano e dicono di si, e se il loro presidente dichiara l’indipendenza, bisognerà comunque continuare a fare affari con Barcellona. E vista così, il mantra delle diplomazie internazionali, quel “si tratta di una questione di politica interna spagnola”, risuona sempre di più come un ben più prosaico e diretto “cazzi vostri”.

Nel frattempo, la capitale catalana garantirà il voto, come il 75% dei comuni. Siamo al 14 settembre, ed ancora non esiste un comitato per il “NO”. Magari ci troveremo a commentare il fatto che farne una questione legale e non politica è stato il peggiore di una lunga lista di errori.