Apatrullando la Ciudad

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La chiamata, da un contatto fidato, l’ho ricevuta durante un’assemblea del Comitato di Difesa del mio quartiere. Comitato di Difesa formatosi, come in ogni quartiere di Barcellona, nei giorni precedenti all’1-O, contro le eventuali forme di repressione che il governo spagnolo avrebbe potuto applicare su persone anziane, donne di tutte le età, bambin*, e tutto ciò solo per un referendum. Nei comitati di quartiere si è deciso di occupare le scuole e installarvi attività nei due giorni precedenti al voto, seguendo l’evolversi di procedimenti legali che sarebbe troppo complicato spiegare a chi non ha vissuto quei giorni qui.

La chiamata, dicevamo. Mi è stato proposto di entrare a far parte del team di osservazione dei diritti umani che la rete #SomDefensores, piattaforma internazionalmente riconosciuta di organizzazioni di avvocate e psicologhe per i diritti sociali e della persona, aveva messo in piedi per controllare le operazioni di voto.

Dopo la formazione di sabato mattina, domenica alle 4:45 della mattina ero fuori dal primo seggio, già pieno di persone, del mio giro. Undici collegi, in un distretto periferico a nord della città. Una zona storicamente ricca di fabbriche, i cui abitanti sono figli di più di un secolo di migrazioni, da ogni angolo dello Stato spagnolo prima e da altre zone meno affluenti del mondo negli ultimi decenni. L’identificazione di classe, classe operaia, in quella zona è fortissima. Anche nel mondo ultrà del quartiere, la cui squadra naviga nell’equivalente spagnolo della serie D: quando ho visto dove fossi stato assegnato ho pensato alla rivalità della penya di tifosi locale con la squadra che vado a vedere io, qui a Barcellona. “dai vabbè, non mi riconosceranno mai”, ho pensato, ed è stato così.

Non che non fossi riconoscibile, in mezzo a una folla. Il nostro armamentario era costituito da un gilet fosforescente, di quelli da addett* ai lavori, e da un tesserino non nominale da portare al collo. Con gli altri due compagni del mio gruppo abbiamo iniziato il giro, lasciando nostri contatti ai/lle responsabili di ogni seggio. O almeno a chi noi identificavamo come responsabili: non c’erano ruoli ben definiti, in quel referendum sospeso sul filo tra l’aderenza formale a principi legislativi dello Stato da cui si intende uscire da un lato e la totale negazione di qualunque sua validità formale da parte dello Stato in questione. Di sospensione se ne percepiva tanta anche nell’atmosfera, al nostro primo giro. Chi poteva dire come sarebbe andata la giornata? Si è passati dai (vari) seggi dove siamo stati applauditi al nostro arrivo, per il semplice fatto di essere lì a osservare che non ci fossero violazioni dei diritti fondamentali della cittadinanza, o anche perché magari venivamo scambiati per gli addetti che avrebbero portato le urne, alla scuola che al vederci arrivare ha chiuso in tutta fretta le porte. Il tutto camminando in scenari di periferia, tra fabbriconi abbandonati, ponti ferroviari e rifiuti ai lati delle strade, sotto una pioggia durata relativamente poche ore ma che sembrava non finire mai.

Con il sorgere del sole sono arrivate le prime notizie di attacchi. Il compagno addetto a mantenere i contatti con la centrale ci parlava di scene apocalittiche che si stavano verificando in quelle ore in vari seggi della città, unico luogo dove fosse stato attivato il dispositivo. A noi arrivavano tramite i canali di comunicazione condivisi, insieme alla paura e alla frustrazione dei nostri compagni e delle nostre compagne che a quelle zone erano stat* assegnat*. Paura e frustrazione che, nelle nostre comunicazioni, si leggeva solo tra le righe, ma non potevamo non intravederla: la stavamo sentendo anche noi. E così, con un occhio ai nostri canali e l’altro agli aggiornamenti di siti come Agència U-O, ci siamo trovati a posizionarci di fuori al più affollato dei seggi, per un bel po’. Nell’aria si prospettava un attacco imminente a quel seggio, per fortuna mai arrivato.

Nel pomeriggio altri giri, tra i collegi e le persone con cui in ognuno di essi avevamo ormai stabilito un rapporto di vicinanza. Ci offrivano pasticcini, si fermavano a chiacchierare del più e del meno. Con noi sempre in catalano, ma in vari casi tra di loro parlavano in castellano. Nulla di strano: eravamo in un quartiere operaio di tutta la vita, tante di quelle persone erano state educate in castellano da genitori provenienti da zone come l’Andalusia, la Mancha, la Galizia, Murcia. Eppure erano lì, in barba a ogni categorizzazione dell’indipendentismo come un fenomeno nazionalista e borghese. A difendere i propri seggi, i propri quartieri, la propria gente, per tutta la giornata di fila.

Il pomeriggio è passato tra collegi che chiudevano le porte per paura di attacchi imminenti, e altri che sembravano a rischio di chiusura (poi fortunatamente sventato) per la semplice impossibilità di accedere alla base dati comune del censo elettorale in seguito all’oscuramento delle loro connessioni internet. La scuola che ci aveva chiuso le porte in faccia la mattina ha continuato a farlo per tutto il giorno. Prima di staccare, abbiamo avuto modo di assistere alla scena di una pattuglia di quelli che si cerca di far passare come nuovi eroi del popolo – i Mossos d’Esquadra – che, entrata in un seggio piuttosto affollato, ha dichiarato chiuse le votazioni alle 19, per poi tagliare la via d’accesso con l’auto e chiamare rinforzi. Nel mentre, dal collegio sono stati mandati a quel paese e le votazioni sono riprese.

Non ci è successo nulla di particolare, quel giorno. Ma abbiamo passato una giornata in cui abbiamo visto il peggio dell’umanità, insieme al resto del mondo che ha voluto guardare. E insieme, senza retorica, il meglio: la difesa strenua, costi quel che costi, di ciò che si ama. Sia esso un diritto civile come il voto, l’ideale indipendentista o, più semplicemente, le persone e i luoghi della propria vita, a rischio di un attacco perennemente imminente da parte di un’istituzione sovradeterminante.

Mercoledì, in occasione dello sciopero generale, si è tornat* al lavoro. Stavolta molto più rilassatamente, senza terrori.

Domani andrò a riconsegnare in sede il giacchino fluorescente e l’accredito. Non so se ne avrò bisogno ancora nei prossimi giorni, però.