Lasa e Zabala e le eredità nascoste dello Stato

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Trentaquattro anni fa, il 15 ottobre del 1983, José Antonio Lasa Aróstegui e José Ignacio Zabala Artano – meglio conosciuti, e ricordati per sempre insieme, come Lasa e Zabala – vennero rapiti in Francia, dove si trovavano latitanti da due anni. Di anni, loro, ne avevano venti.
A rapirli furono membri dei GAL, Grupos Antiterroristas de Liberación, appena formati. Sotto gli auspici dell’allora presidente del governo, il socialista Felipe González, a tutt’oggi considerato nel resto d’Europa un mirabile statista. I GAL furono responsabili di rapimenti, torture e assassinii fino al loro scioglimento nei tardi anni Ottanta, a seguito delle prime inchieste. A comporli, militari dell’esercito e della Legión, così come poliziotti della Guardia civil, agenti dei servizi e mercenari internazionali, tra i quali spiccarono membri portoghesi già protagonisti di barbarie nelle lunghe guerre coloniali di Angola e Mozambico. I loro quadri avevano contatti diretti con González, simpaticamente chiamato “señor X”, il quale in un’intervista del 1993 liquidò una domanda sull’investigazione con la lapidaria frase: “ni hay pruebas ni las habrá”. I GAL furono una delle estrinsecazioni più semanticamente importanti della guerra sporca portata avanti dallo Stato spagnolo contro l’indipendentismo basco, con una lunghissima lista di torture, omicidi senza processo e pratiche inumane di prigionia: le forze di sicurezza di uno Stato che non ha mai effettuato una reale transizione dal regime franchista si trovarono, ben dopo la fine della dittatura, a condurre pratiche di repressione dirette fuori da ogni concetto di legalità.
Lasa e Zabala furono le prime vittime documentate dei GAL. Il commando che li rapì a Bayonne li portò nella famigerata caserma della Guardia civil di Intxaurrondo, presso Donostia. Lì vennero torturati fino a che il generale della GC Galindo, coordinatore dell’operazione, non decise di farli uccidere, dato che nelle condizioni in cui erano stati ridotti non avrebbero più potuto fornire alcuna informazione. Vennero portati nella periferia di Alacant e gettati in una fossa comune: una delle tante dello Stato spagnolo, a tutt’oggi secondo al mondo dietro alla Cambogia per numero di scomparsi per motivi politici. Un’abitudine del franchismo che la Guardia civil mostrò di aver fatto propria, portandosela dietro anche dopo la fine del regime. Quando, a detta di chiunque osservi dall’esterno, era già pienamente vigente un regime di democrazia.
Oggi sono trentaquattro anni dalla fine della libertà – e della vita – di due ragazzi di vent’anni. Che si badi bene, erano due combattenti. Ma vennero sopraffatti da uno Stato che dell’uso della violenza non solo detiene il monopolio legale, ma ha dimostrato di saperne fare ampio uso anche al di fuori della cornice legislativa. Laza e Zabala sono stati uccisi dallo stesso Stato che a tutt’oggi si nega ad aprire le migliaia di fosse comuni sparse nel suo territorio; che non ha mai giudicato centinaia di torturatori comprovati del regime franchista; che il primo ottobre ha fatto massacrare migliaia di catalan* per aver provato a votare. Uno Stato in cui è a tutt’oggi attivo un tribunale speciale – la Audiencia nacional – che può agire di propria iniziativa contro forme di opposizione politica, e in cui il Tribunal Constitucional è sottoposto al potere esecutivo. Ricordiamoci di Lasa e Zabala, quando ci mettiamo in bocca riferimenti alla “capacità democratica” dello Stato spagnolo. Non sarà Francoland, ma ci si avvicina pericolosamente, con buona pace del principale riferimento culturale della socialdemocrazia europea nello Stato spagnolo.