Il Tribunal Supremo ritira l’ordine di cattura per Puigdemont e i consiglieri a Bruxelles

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Già negli ultimi giorni varie voci, soltanto ieri in articolo pubblicato sulla testata Ara, avevano avanzato l’ipotesi che per la giustizia spagnola proseguire con l’ordine internazionale di cattura e detenzione per Puigdemont e i quattro consiglieri a Bruxelles avrebbe potuto rivelarsi una trappola.

Questo mattino infatti il Tribunal Supremo, nella fattispecie il giudice Pablo Llarena, ha ritirato l’euroordine di cattura che lo scorso 3 novembre era stato emanato dall’Audiencia Nacional contro il presidente della Generalitat ed i consiglieri Meritxell SerretToni Comín, Lluís Puig e Clara Ponsatí.

Il magistrato giustifica la decisione affermando che il delitto in questione è di natura plurisoggettiva e dotato di un’unità giuridica inseparabile, cosa che richiede un’unica risoluzione per evitare risposte contraddittorie e sfavorevoli per quei membri del governo catalano che hanno rispettato le richieste giudiziarie rispetto a quelli che sono fuggiti: in buona sostanza si cerca di evitare che la giustizia belga “neghi parzialmente l’esecuzione degli ordini di detenzione“, cosa che supporrebbe “una restrizione dell’imputazione per coloro che sono in fuga“.

Non esiste infatti in Belgio, o almeno non nella formulazione spagnola, un delitto congruente a quello di sedizione o ribellione ed erano estremamente alte le possibilità che la giustizia belga -che avrebbe dovuto pronunciarsi il 14 dicembre, in piena campagna elettorale in Catalogna- avrebbe rigettato l’ordine internazionale di detenzione; la qual cosa avrebbe potuto permettere a Carles Puigdemont di tornare in Catalogna in tempo per il 21D, con un probabile forte impatto sugli equilibri elettorali.

Restano ovviamente in vigore gli ordini di detenzione nazionale, che suppongono l’arresto immediato dei cinque accusati attualmente all’estero, qualora tornino a entrare in territorio spagnolo.

Si paret hominem Hispaniae

Sotto un certo aspetto è comprensibile, e persino fisiologico, che la giustizia spagnola cerchi di evitare il più classico dei ne bis in idem, ovvero il principio giuridico secondo il quale Puigdemont ed i consiglieri in esilio non avrebbero potuto essere accusati di nuovo per sedizione e ribellione, dopo l’eventuale rifiuto belga.

Ciò che più risulta irregolare e preoccupante è l’inaspettato ritorno del “diritto” di Madrid ad una forma di Ius Quiritium, un complesso di norme volto a proteggere i mores maiorum -che ultimamente in Spagna sembrano far rima con Constitución- nel quale le pene per uno stesso delitto non dipendevano tanto da un codice comunemente accettato e fissato, quanto piuttosto dal combinato disposto della posizione sociale dell’accusato e di quella dell’accusatore.

In parole povere: se Carles Puigdemont non venisse considerato colpevole di ribellione dalla giustizia belga,  con che coraggio quella spagnola potrebbe tenere in carcere per lo stesso delitto il vice di Puigdemont?