I PARTITI DEL PARLAMENT – Convergencia/ PDeCAT/ Junts per Catalunya

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Nel 1954 Vittorio De Sica ci mostrava il dramma del Conte Prospero, nobile decaduto e soffocato dalla moglie ricca e dispotica che gli aveva tagliato i fondi a causa del suo vizio del gioco. Il conte cercava il suo riscatto personale attraverso lunghe partite a scopa con il figlio del portiere, il piccolo Gennarino, che lo batteva regolarmente. Sembrerà curioso, ma la storia recente del partito del centro- destra catalano ricorda da lontano le vicende del povero Conte. In questo articolo proveremo a spiegare come Convergencia, un partito democristiano, autonomista e liberista abbia finito per trovarsi l’imbarazzante etichetta di “radicale”, “indipendentista” e “anti-europeista” nel giro di pochi anni, e quale posizione assumerà in queste elezioni del 21D.

Dalla fondazione agli anni duemila: Convergencia i Uniò e l’autonomismo moderato centrista.

Jordi Pujol i Soley, nato nel 1930 e leader storico di Convergencia

Quello che oggi conosciamo come Partit Demòcrata Europeu Català (PDeCAT) ha una storia che inizia ai tempi della transizione, quando diverse organizzazioni catalaniste di sinistra riformista e vicine al mondo cattolico decisero di unirsi. O, per meglio dire, di convergere. Nel marzo del 1975 venne fondata come partito la Convergencia Democratica de Catalunya, partito destinato a conquistarsi la sala dei bottoni della Generalitat e l’approvazione della piccola e media borghesia, della provincia catalana e dei principali gruppi industriali. Una “Democrazia Cristiana” catalana, che sotto la guida del suo fondatore Jordi Pujol ha governato el Principat senza interruzioni dal 1980 al 2003, quando i socialisti riuscirono a eleggere Maragall alla presidenza della Generalitat. Il lungo regno di Pujol di è caratterizzato essenzialmente per la salda alleanza con il mondo cattolico, esplicitata nella coalizione stretta con il partito Uniò e la formazione della coalizione Convergencia i Uniò – CiU e una buona sintonia con Madrid nel nome di una politica centrista votata all’autonomismo. Nel 1996 arriveranno ad essere fondamentali nell’elezione del popolare Aznar alla presidenza del governo spagnolo. Un partito di potere dunque, moderato, vicino alle posizioni dei grandi gruppi industriali catalani, mai in rottura con Madrid, e ben radicato tra la piccola e media borghesia, soprattutto nelle comarques dell’entroterra. Almeno, fino alla metà degli anni duemila.

L’affossamento dell’Estatut e la transizione all’indipendentismo

11 Settembre del 2012, Diada de Catalunya. La manifestazione vede la partecipazione di un milione e mezzo di persone secondo la Guardia Urbana di Barcellona.

La crisi delle relazioni con la Spagna, dovuta all’affossamento dello statuto autonomico approvato dal Parlament nel 2006, daranno il via alla transizione verso l’indipendentismo. Già nel 2010, quando CiU tornava a vincere le elezioni, formando un governo di minoranza guidato da Artur Mas, le parole chiave erano riconoscimento dello status di nazione e diritto a decidere. La società catalana stava cambiando, le organizzazioni civiche catalaniste come ANC e Omnium crescevano, come cresceva la partecipazione alle manifestazioni organizzate per la Diada de Catalunya, che prendevano un carattere sempre più indipendentista. La stessa base di Convergencia stava cambiando, e quelle campagne dell’entroterra che tanto erano state fedeli a Pujol cominciavano a riempirsi di esteladas. Nel 2013 Artur Mas decise di convocare un referendum sull’indipendenza della Catalogna, bloccato dal Tribunal Constitucional e trasformato in una consulta. La rottura era evidente, Convergencia aveva abbracciato l’indipendentismo.

Junts pel Sì, il Pròces e il referendum del 1 ottobre 2017.

Il presidente Carles Puigdemont in Belgio come rifugiato politico dopo il referendum del 1 Ottobre 2017

Il mancato riconoscimento del referendum del 9 novembre 2014 porta il movimento indipendentista a spingere su Mas affinché convochi le elezioni, che vengono fissate per il 27 settembre del 2015. Convergencia si presenta in una coalizione indipendentista con la Sinistra Repubblicana di ERC e l’appoggio dell’Assemblea Nazionale Catalana, la lista Junts pel Sì (Uniti per il Si). Questa scelta sancisce la definitiva rottura con i democristiani di Uniò, che restano autonomisti e contrari ad ogni passo di rottura con Madrid. La coalizione riesce ad eleggere 62 parlamentari, ottenendo una maggioranza assoluta indipendentista con l’appoggio dei 10 scranni della formazione anticapitalista CUP. Le trattative per la fondazione del governo durano mesi, a causa del rifiuto della sinistra indipendentista di eleggere Mas presidente in quanto coinvolto in scandali di corruzione e rappresentante dell’area più destra del partito. A ridosso del capodanno 2016, Junts pel Sì e la CUP si accordano per eleggere alla presidenza l’allora sindaco di Girona, Carles Puigdemont. Inizia l’undicesima legislatura del Parlament, che la maggioranza indipendentista dedica alla costruzione delle strutture statali per la nuova Repubblica Catalana. Un processo graduale di disconnessione che verrà indicato come el pròces, e sarà marcato dal contrasto su temi economici e sociali tra la coalizione JxSi e la sinistra indipendentista della CUP. All’inizio di settembre 2017, il Parlament approva la legge che indice il referendum del primo ottobre e la legge di transitorietà (llei de transitorietat), che impone al Parlament di dichiarare l’indipendenza in caso di vittoria del “Sì” al referendum, e indica i passi da compiere verso la Repubblica. Alla drammatica giornata di celebrazione del referendum, segue un mese di trattative con lo Stato Spagnolo, in cui si riconosce la non volontà di quest’ultimo di cercare una mediazione. Il 27 ottobre del 2017, il Parlament approva la dichiarazione d’indipendenza. La risposta repressiva dello Stato Spagnolo costringe il presidente Puigdemont a spostarsi in Belgio per “portare la questione catalana al centro del dibattito europeo”, e vede l’incarcerazione degli esponenti di CDC Jordi Turull, Josep Rull, Joaquim Forn e Meritxell Borràs, assieme ad altri membri del governo della Generalitat, fra cui il vice-presidente Oriol Junqueras.

Gli scandali di corruzione e il cambio di nome. Nasce il PDeCAT.

“Avete un problema e questo problema è il 3%”. Il presidente uscente socialista Pasqual Maragall ricorda ad Artur Mas lo scandalo Adgisa.

Non è di certo possibile parlare della storia di Convergencia senza menzionare gli scandali di corruzione che l’hanno attraversata. Già negli anni ottanta, il leader Jordi Pujol dovette rispondere alle domande del questore anticorruzione sul caso della Banca Catalana, scandalo che aprì una lunga serie di inchieste, come quella dei casi Palau e Clotilde, e come il ben più famoso (ed infausto) caso “del 3%”, in cui l’impresa pubblica Adgisa venne trovata a versare illecitamente fondi al partito di Pujol. Questi scandali, accanto alle politiche di matrice neo-liberista, hanno consolidato l’immagine di partito spregiudicato, corrotto e di potere. Non è quindi difficile credere che il cambio di nome approvato nel luglio 2016, quando Convergencia prese il nome di Partit Demòcrata Europeu Català – PDeCAT, sia stato un sostanziale lavoro di facciata per tentare di far dimenticare gli scandali di corruzione.

Ideologia e affiliazione europea.

Il logo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei – ALDE, a cui il PDeCAT fa riferimento in ambito europeo insieme a Ciutadanos.

Contrariamente a quanto sostenga la maggior parte della stampa spagnola e internazionale, il PDeCAT non è quel partito radicale ed indipendentista di cui tanto si sente parlare. Arrivato all’indipendentismo solo negli ultimi anni e sulla spinta del proprio elettorato, il PDeCAT è un partito di tradizione conservatrice e liberista. Formazione tendenzialmente di centro-destra che condivide la propria adesione all’Alleanza Liberal- Democratica Europea (ALDE) con gli unionisti di Ciutadanos. La politica di tagli a settori strategici come sanità e istruzione ne hanno un paladino dell’austerity europea piuttosto zelante, ed ovviamente criticato dai movimenti sociali. In termini di repressione di questi ultimi, possiamo ricordare gli attacchi alle realtà autogestite Can Vies nel 2014 e del Banc Expropiat nel 2016.

Le elezioni del 21 dicembre 2017: Junts per Catalunya.

puigdemont junts per catalunya Catalogna
Presentazione del cartello della campagna del 21 dicembre di Junts X Catalunya per le elezioni in Catalogna (Dany Carminal)

Dopo la destituzione forzata di Carles Puigdemont avvenuta grazie al commissariamento della Comunità Autonoma (articolo 155 della costituzione spagnola), il PDeCAT ha provato a costruire una nuova coalizione indipendentista. La perdita di consenso è stata comunque notevole, e la sinistra repubblicana di ERC ha deciso di correre da sola. Il partito guidato da Artur Mas ha così deciso di organizzare una lista denominata Junts per Catalunya in accordo con esponenti della società civile. Il programma è quello di dare continuità al governo cessato di Carles Puigdemont. Nonostante alcune variazioni, i sondaggi concordano nell’indicare una flessione significativa di consensi, e la probabile perdita della leadership del fronte indipendentista che passerebbe a ERC.

Il personaggio del decaduto Conte Prospero, interpretato da Vittorio De Sica nel 1954

Un partito consumato e di governo, in sintonia con Madrid e con le politiche di austerity, che si trova in pochi anni sballotatto nel movimento indipendentista. L’allegoria del conte Prospero funziona solo se guardata nell’ottica paternalista della retorica neo-liberale. La nobiltà perduta sta nella leadership ormai svanita, nel rapporto con le grandi imprese catalane che hanno ormai abbandonato la storica vicinanza al partito, ed nel fatto di trovarsi in contrasto con lo stato spagnolo, con l’Unione Europea e con la maggioranza degli opinionisti liberali. La vecchia e corrotta Convergencia ha dovuto rinunciare a tutto questo per tenere compatta la propria base, per non deludere il suo elettorato, cosa che per chi guarda la politica dalle stanze della BCE e dell’FMI somiglia tanto ad un’azione stupida ed autodistruttiva, in grado di far perdere il capitale politico come il gioco d’azzardo dilapida le finanze. E se quella moglie un tempo amata ed ora tiranna sembra avere un accento madrileno, quello che resta è giocare un gioco che non si riesce a vincere. Con quel popolo “bambino” che i mercati vorrebbero educare dai piani superiori.

Probabilmente, la parabola del PDeCAT è quanto di più eloquente ci sia per capire la portata storica di cambiamento e trasformazione sociale che il movimento indipendentista ha impresso alla politica catalana negli ultimi anni.