Ma free anche miocuggino. Mandela tra Barcellona, Bruxelles e la provincia italiana

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Scene da un ritorno in Italia per le feste.

L’altra sera sono andato a cena fuori. Una pizzeria buona e a poco prezzo, i cui gestori conosco. Sono padre e figlio, e hanno la fastidiosa abitudine di venire a rompere gli apparati riproduttivi a chi mangia dicendo quello che passa loro per la testa, in termini totalizzanti. Vivendo io in Catalogna ed essendo la prima volta che li vedevo da mesi, l’occasione era ghiotta. Mentre mangiavo, dopo aver interrotto il mio pasto con domande a caso sulla situazione catalana alle cui risposte non era minimamente interessato, il figlio-gestore se n’è uscito con un:

“Quelli di Madrid, vabbè, sono fascisti. Ma pure, con tutto quello che sta succedendo, quello lì…Pugh…Pui…quello. Lascia il suo popolo in mezzo ai casini e se ne scappa a Bruxelles come un sorcio? Va’ a vedere se Mandela all’epoca se n’è scappato così. S’è fatto il carcere, come doveva”

Ho sbroccato. E male. Ma vabbè, quello è un cuñado. Uno che opina compulsivamente su qualunque argomento dello scibile umano senza sapere di che cazzo stia parlando, e con la massima veemenza possibile.

Il problema è che quella stessa sera, qualche ora dopo, ho rivisto un amico di vecchia data che consideravo una persona intelligente. Considerazione che si è vagamente incrinata quando, dopo qualche ora e qualche bevuta, mi ha posto – in termini fortunatamente più umani – le stesse osservazioni del cuñado di cui sopra. E anche lui se n’è uscito con lo stesso paragone con Mandela.

Ora. Io non so cosa sia arrivato in Italia della fuga di Puigdemont, e quanto si sappia della situazione catalana per non arrivare a empatizzare minimamente. Non so neanche quanto si tratti di mancanza d’informazione. Né capisco come mai due persone, nell’arco di poche ore, mi abbiano entrambe portato a termine di paragone la lunga esperienza carceraria di Nelson Mandela. Però c’è qualche puntualizzazione che mi sembra necessaria.

Innanzitutto, partiamo da una specifica necessaria: il contesto è ben diverso.

Per quanto abbia imposto la propria autorità con brutalità e violenza, nei termini che abbiamo visto, lo Stato spagnolo è ben lontano dall’essere un regime basato sulla segregazione razziale e boicottato e isolato da mezzo mondo; soprattutto, l’indipendentismo catalano è ben lontano dalla lotta armata della uMkhonto we Sizwe.

Il secondo punto critico riguarda la lettura politica della questione: se critichi la fuga di Puigdemont e degli altri membri del governo in esilio, stai implicitamente sostenendo che la loro carcerazione sia giusta.

Una frase come “Mandela s’è fatto il carcere come doveva” è apertamente un’affermazione di sostegno alla sua carcerazione di 27 anni (1964-1991) da parte di un regime antidemocratico razzista, in nome forse di un travisato e malato concetto di legalismo. Una frase che trasuda mentalità servile. Significa assumere come giusto un provvedimento proveniente dall’autorità costituita in quanto tale, anche quando va a colpire chi stia dalla parte giusta secondo il tuo pensiero (e posso assicurare che il tizio in questione si dica “di sinistra”, tant’è che nel caso del governo in esilio ha apertamente tenuto a identificare come “fascista” il governo centrale spagnolo). Ed è evidente chi si stia sostenendo, con una frase del genere: chi ha il monopolio sull’esercizio legale della repressione. L’oppressore.

A questo discorso si lega un terzo punto critico: se li faccia chi sostiene che Puigdemont dovesse rimanere, trent’anni di carcere.

Perché è questa la pena massima prevista per il reato di “ribellione”, ovvero la contrapposizione violenta di una carica pubblica allo Stato di cui è funzionaria: questa è l’ipotesi di reato per la quale è stato aperto il fascicolo contro Puigdemont e contro qualunque componente del governo catalano. Al momento, tra l’altro, Oriol Junqueras e Quim Forn, insieme a Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, sono tuttora sotto prigione preventiva, e questo aspetterebbe anche Puigdemont, Comín, Serret, Puig e Ponsatí, tuttora nella capitale belga.

Infine, c’è da considerare come proprio dalla capitale belga il presidente e le altre quattro cariche di governo stanno organizzando una certa attività politica.

È infatti notizia del 7 dicembre, ad esempio, la massiccia mobilitazione che ha portato quarantamila catalan* nelle strade di Bruxelles, con Puigdemont e Comín che sono intervenuti dal palco della manifestazione. Inoltre, da Bruxelles Puigdemont ha avuto un ruolo determinante, all’interno del suo partito, nell’organizzazione della lista elettorale per il 21 dicembre. In carcere sicuramente non avrebbe avuto le stesse possibilità d’azione.

Di conseguenza, vi prego, lasciate Mandela nel pantheon della storia, anziché scomodarlo per giustificare la repressione di Madrid. E magari, provate a esercitare un po’ l’empatia. Fidatevi, non sembrerete meno brillanti.