Noi e l’indipendenza. L’opinione pubblica italiana alle prese con la Catalogna.

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La verità è che l’indipendenza catalana ci racconta molte più cose su di noi che la guardiamo, di quanto noi stessi possiamo credere. Con Barnaut abbiamo seguito le vicende principali degli ultimi due anni, dai primi passi del governo di Carles Puigdemont fino ad oggi. Due anni di informazione indipendente in lingua italiana, un tempo sufficiente a farci diventare una voce della comunità italiana di Barcellona, e a interagire con diversi lettori in patria.

Occasione unica, perché alla fine quello che siamo riusciti a fare è stato far materializzare un concetto astratto come quello di “opinione pubblica”. Abbiamo scelto un campo, un campo accidentato e difficile come quello dell’indipendenza catalana, e ci abbiamo messo alla prova commentatori e opinionisti. E man mano che il dibattito andava avanti, ci rendevamo conto soprattutto dei limiti di analisi e speculazione dei partecipanti (noi compresi).

In pratica, ci siamo resi conto che se ci venissero a chiedere quali siano i grandi limiti che abbiamo in Italia quando ci approcciamo a una questione politica, potremmo trovare qualche risposta proprio nel dibattito sulla questione catalana. Che cosa non sappiamo fare quando affrontiamo una discussione politica? Proviamo a capirlo.

Comprendere la diversità delle situazioni.

Un vecchio motto ecologista ricorda agli attivisti che bisogna approcciare i problemi “agendo localmente ma pensando globalmente”. In Italia si riesce nel miracolo di invertire completamente il concetto, arrivando a “pensare locale” ed avere l’assurda pretesa che la cosa possa funzionare a livello globale. Tutto come in Italia, sempre, comunque e ovunque. Al grido di “tutto il mondo è paese”, il movimento catalano è perseguitato da cose come i paragoni con la Lega Nord o la pretesa di appioppare un leader al movimento catalano. Dopo una seconda repubblica di partiti personali, a quasi tutti risultava inconcepibile che il presidente della Catalogna fosse solo un presidente “di riserva” e non il padre-padrone del movimento catalanista. Contesti diversi, regole diverse. Non dovrebbe essere difficile.

Provare empatia.

Se il punto precedente trattava la capacità di comprensione da un punto di vista razionale, un discorso a parte va fatto su quanto avviene a livello emozionale quando si parla di Catalogna. O meglio, su quanto non avviene. Perché se l’empatia è la capacità, o meglio la buona volontà di “mettersi nei panni di qualcun’altro”, allora la sensazione netta è che questa buona volontà manchi. Che cosa spinge una coppia sposata e con figli a prendere l’estelada e portare i propri figli in piazza ogni 11 di settembre? Che cosa ha portato quasi tre milioni di persone a rischiare incolumità fisica e libertà personale per poter votare al referendum? E dall’altra parte: cosa spinge a votare Ciutadanos, quali paure e speranze ci sono tra chi vive in Catalogna e vuole rimanere con la Spagna?
Si tratta di dare al problema un volto umano. Materializzare la questione interiorizzandone la carica morale quanto più possibile. Sarebbe un modo per evitare di allontanarsi dal problema e concedersi a valutazioni aprioristiche e poco suffragate dall’esperienza reale.

Discutere costuttivamente e saper adattare le proprie posizioni.

Se accettiamo l’idea secondo cui la discussione in politica dovrebbe essere volta a migliorare le proprie posizioni, allora possiamo anche arrenderci al fatto che no, non sappiamo discutere di politica. Sarà conseguenza dell’individualismo e del personalismo della politica occidentale, ma le discussioni in cui spesso si finisce sembrano più che altro un confronto violento in cui sono tutti impegnati ad affermare le proprie posizoni, nessuno si ascolta, e spesso tutti gridano. Dell’idea di trovare una soluzione comune non rimane che un vago ricordo naive, lontano quanto è lontana l’ultima volta in cui avete partecipato a una discussione politica produttiva e soddisfacente.
Questo problema diventa evidentissimo in questioni complesse che però danno la possibilità di immaginare diversi punti di vista e soluzioni. La questione catalana, per l’appunto. Spesso ci si divide tra favorevoli e contrari all’indipendenza, saltando a piè pari la questione del diritto a decidere, dimostrando scarsa capacità di dividere i piani di discussione e lasciandosi guidare dalla sola voglia di “battere” il proprio interlocutore in una gara che non conosce arbitro e non promette vittoria alcuna.

Elaborare una strategia politica.

E qui, arriviamo al limite forse più importante. Non saper immaginare una strategia politica è la caratteristica di un elettorato debole, soggetto ad altalene emotive e potenzialmente preda di populismi. Chiariamo da subito una cosa: elaborare una strategia politica vuol dire saper immaginare una serie di operazioni per risolvere un problema che siano ragionevolmente realizzabili in un tempo relativamente breve, non immaginare soluzioni giuste da un punto di vista formale o morale, ma irrealizzabili allo stato dei fatti.
Parlando di Catalogna, questa incapacità è venuta fuori più volte. Nonostante si sia reso palese che il governo spagnolo non abbia alcuna intenzione di concedere nulla che non rientri nell’idea di Spagna “Una Grande y Libre”, la sopravvivenza di proposte come “referendum pattuito” o “riforma costituzionale”, fanno decisamente pensare. Quando si fa notare che una strategia è irrealizzabile, spesso la risposta è dire che la realizzazione non è un problema, la cosa “giusta da fare” è quella. In parole povere: stiamo freschi.

Riconoscere al popolo la piena sovranità democratica

Se quello di prima era il limite più importante, questo è senz’altro il più inquietante. Refran orribili come “è l’Europa che ce lo chiede” hanno endemicamente instillato la convinzione che se una cosa è impedita da una configurazione di potere non democratica, allora è anche sbagliata.

E allora il referendum è sbagliato perché “la Spagna non vuole”, e non perché ci sia davvero una ragione per non celebrarlo, come l’indipendenza della Catalogna è sbagliata perché “l’Europa non lo permetterebbe”.

In ultima analisi, parlando con connazionali di Catalogna viene fuori un quadro piuttosto deprimente. Molto probabilmente ci chiederemo per anni di quali siano stati gli effetti del lungo periodo berlusconiano sulla vita politica italiana, e forse queste sono delle piccole evidenze. Ovviamente, non si sostiene che l’opinione pubblica italiana sia la peggiore nell’approccio alla questione catalana, ma si conserva quanto detto all’inizio di questo editoriale. L’indipendenza catalana ci racconta molte più cose su di noi che la guardiamo, di quanto noi stessi possiamo credere. E ci racconta i nostri limiti. Altri ne avranno di diversi.