Cittadinanza a mezzo servizio

0
89

Domenica 21 gennaio, al Palau Alòs, si è tenuta la prima assemblea barcellonese di un nuovo soggetto politico di sinistra di base, formatosi in occasione delle elezioni politiche italiane del prossimo 4 marzo.

Non siamo qui, ad ogni modo, per parlare di tale entità, né della sua neonata delegazione di Barcellona. Quello su cui ci preme insistere è ciò che è emerso da questa prima assemblea, alla quale hanno assistito – per convinzione o semplice curiosità – tre o quattro decine di persone.

Tante di loro, alla presenza di un esponente arrivato dall’Italia, al momento di fare brainstorming su quali potessero essere le necessità e le esigenze della comunità italiana a Barcellona, hanno criticato in primo luogo le modalità di voto concesse dalla macchina consolare italiana a chi, avente diritto, viva all’estero.

Innanzitutto, c’è bisogno di ricordare come la lista in questione, che avrebbe tentato di presentarsi solo nella circoscrizione Europa tra le quattro su cui più tardi torneremo, avrebbe dovuto raccogliere entro giovedì 25 cinquecento firme per poter candidarsi fuori dall’Italia. Firme che, ricordiamo, sono obbligatorie solo per le forze politiche non già rappresentate in Parlamento. Non sembra un quantitativo esagerato, se si pensa che con il Rosatellum – la nuova, discussa legge elettorale italiana – c’è da raccogliere 375 firme per ognuno dei collegi plurinominali della Camera e 12750 in totale per il Senato, nelle circoscrizioni italiane. C’è da ricordare però come le dinamiche di partecipazione alla politica italiana per chi vive all’estero possano essere diverse: se si fa attività politica, è facile che a venire privilegiato sia il contesto di arrivo, in cui si vive, e ciò porta a minori contatti con il contesto di provenienza.

Soprattutto, vanno ricordati gli ostacoli alla partecipazione politica dall’estero a chi, avendo una cittadinanza italiana, abbia intenzione di votare o candidarsi. Se è vero, infatti, che l’interesse per la cosa pubblica del paese di provenienza possa essere meno totalizzante per chi vive in altri contesti, è anche vero che la partecipazione elettorale è disincentivata dai meccanismi burocratici del voto tramite consolato. Anche di questo tema si è lungamente discusso domenica 21.

Un esempio lampante è dato proprio dalla questione delle firme: per far presentare una candidatura in una circoscrizione estera, infatti, possono firmare solo le cittadine che siano già iscritte all’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero. L’iscrizione non è obbligatoria, e, mentre in tempi passati poteva essere più comprensibile che le cittadine residenti all’estero fossero obbligate a sbrigare i propri tramiti burocratici attraverso gli uffici consolari, oggi – nel mondo delle compagnie low-cost, dei frequenti spostamenti e del lavoro mobile che può farti capitare all’altro angolo del mondo con breve preavviso – l’iscrizione all’AIRE è vista sempre di più come un peso: perché farlo e dover passare per i saturi uffici del consolato, che nel caso di quello di Barcellona hanno più di ottantamila iscritti, per rinnovare un documento, quando la pratica si potrebbe sbrigare tranquillamente in pochi giorni nel proprio comune di residenza in Italia, evitando i tempi biblici e la burocrazia opprimente del consolato?

Va da sé che sempre meno italiane si iscrivano all’AIRE, in rapporto a emigrazioni sempre più provvisorie. E, di conseguenza, che un partito come questo abbia meno probabilità di trovare il numero richiesto di firmatarie. Anche perché, in quel caso, chi risiede in un’altra città rispetto a dove si trova il consolato dovrebbe recarsi fisicamente alla sede consolare per firmare. E il consolato di Barcellona, citando la sua stessa pagina web, ha giurisdizione su “Aragona, Catalogna, Valenza, Regione di Murcia, Isole Baleari, Principato di Andorra”. Al netto delle italianizzazioni desuete: da Murcia a Barcellona sono sette ore di bus. Dalle Baleari, traghetto o aereo. Fate voi.

Altri problemi sono stati sottolineati dallo stesso partito, in un comunicato che citiamo testualmente: “la possibilità di autenticare le firme esclusivamente presso gli uffici notarili dei consolati; l’esclusione dai processi di autenticazione di consolati onorari e COMITES; una rete consolare ridotta ai minimi termini, con uffici ormai dislocati quasi esclusivamente nelle capitali e orari d’apertura limitati a due o tre ore al giorno, proibitivi per lavoratori e lavoratrici”.

D’altronde, le stesse circoscrizioni estere introdotte dalla legge Tremaglia (il cui autore, ricordiamo en passant, fu repubblichino e missino) sono organizzate in un modo che non garantisce una rappresentanza numericamente proporzionale alle cittadine residenti all’estero rispetto alle connazionali in Italia. La circoscrizione Europa, infatti, elegge cinque deputati e due senatori; quattro deputati e due senatori spettano all’America Meridionale, e due deputati e un senatore all’America Settentrionale e Centrale. La Quarta Circoscrizione, comprendente Asia, Africa, Oceania e Antartide, elegge solo un carico per ogni camera. Un totale di diciotto rappresentanti per cinque milioni di aventi diritto, un dodicesimo dell’intera popolazione italiana. Rappresentata da 630 deputati e 320 senatori. Gli squilibri sono immediatamente calcolabili.

Sembra evidente la scarsa rappresentatività del meccanismo istituzionale di espressione elettorale all’estero. Il che ci porta quantomeno a riflettere sulla nostra condizione esistenziale di migranti di prima classe: non veniamo da contesti dittatoriali, non fuggiamo da guerre e il nostro passaporto ci garantisce libertà di circolazione per tutta Europa, ma ci troviamo comunque sospese tra il nostro contesto di arrivo, per il quale non siamo cittadine e nel quale i nostri diritti sono a mezzo servizio, e quello di partenza, che non solo non ci garantisce una rappresentanza istituzionale adeguata, ma ci ostacola nello svolgimento di attività di ogni genere, dal fare un documento al richiedere un certificato, con i suoi procedimenti kafkiani. E la colpa è di una concezione diffusa di Stato basata su un centralismo autoritario ancorato a visioni di mobilità superate dalla storia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here