I puntini sulle I

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Uggia, grigiore, pioggia. Lunedì mattina e a lavorare pur bisogna andare.

Vendere il proprio tempo, la propria forza e le proprie capacità ad altre persone in cambio di un compenso pattuito. Concetti relativamente semplici ma che ne implicano altri decisamente più fini, la cui paternità ovviamente non mi appartiene, ma che sento la necessità di tornare a ribadire.

Schematicamente, ricominciamo dalle basi: nel sistema capitalistico esiste un dettaglio chiamato rischio di impresa. Tale espressione altro non significa che l’imprenditore investe un capitale a proprio rischio: qualora gli affari vadano bene ne trarrà benefici mentre in caso contrario soffrirà delle perdite. Il rischio d’impresa. D’impresa.

L’impresa, appunto, deve rischiare e non il lavoratore; non è affatto carino che venga ormai considerato normale ricevere una decurtazione dello stipendio se gli affari del padrone vanno male. Dividiamo comunemente le perdite, ma non i benefici che ovviamente non vengono affatto redistribuiti.

Altro dettaglio importante, quasi degno di Lavoisier: l’imprenditore non crea assolutamente nulla poiché il lavoro non si crea, il lavoro si svolge, si divide o si trasforma ma non si crea. Il lavoro del panettiere precede la costruzione delle panetterie, era già lì; lo si può praticare, se ne possono dividere le mansioni in specializzazioni tecniche o se ne può trasformare il procedimento per renderlo qualcosa di diverso ma ad un’analisi approfondita risulta contraddittoria l’idea di “creare lavoro”. L’imprenditore non fa altro che comprare dei locali, dei macchinari e il tempo/lavoro dei suoi impiegati per poter trarre il massimo profitto dalla vendita di un prodotto. Non ha creato nulla se non un sofisticato modo di accumulare denaro; possiamo quindi smetterla di nutrire una malriposta ed codarda gratitudine.

Soprattutto se riflettiamo sul fatto che nessuno “dà lavoro” ai propri dipendenti, quanto l’esatto opposto. Ancora una volta: chi lavora vende il proprio lavoro e a fine mese presenta il conto, o salario, al proprio cliente che è l’imprenditore o l’imprenditrice che ne hanno contrattato i servizi. Teniamo ben presente dunque che non si vende a credito, ogni lavoro deve essere pagato e in tempi ragionevoli; non si effettuano sostituzioni senza scontrino, ogni cambiamento nelle mansioni di lavoro richieste o nelle condizioni stesse in cui il lavoro deve essere svolto deve essere accompagnato da un simmetrico aggiornamento degli accordi contrattuali; non si accettano restituzioni, non importa se era una prova, un colloquio di otto ore o un “briefing”, se avete lavorato vi devono pagare.

Seguendo la stessa falsariga: un imprenditore o un’imprenditrice di successo, se mi perdonate quest’orrenda locuzione, non hanno assolutamente dimostrato la bontà della propria organizzazione del lavoro o della propria idea commerciale. Nessuna cellula economica può essere separata dal proprio tessuto sociale e sopravvivere, anzi quanto più grande e “di successo” sarà tale cellula, tanto più grande sarà il debito che contrae con il tessuto sul quale è innestata. Scordatevi di ringraziare le grandi aziende per “la ricchezza che generano” e cominciate ad esigere loro riconoscenza per tutto l’ossigeno che ci affanniamo a portar loro, noi emoglobina proletaria.

Mi fermo, perché questa pioggia e questo grigiore e quest’uggia da cui scappare sembra impossibile non necessitano puntelli. Spero soltanto che nelle vostre menti quest’elenco possa non fermarsi fino al nostro prossimo editoriale.

Buon Lunedì.

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