La situazione dei/lle senza fissa dimora a Barcellona.

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La situazione dei/lle senza fissa dimora a Barcellona.

La scorsa settimana, qui in Catalunya, si sono registrate temperature estremamente basse, come in piena montagna del pireneo, arrivati a -23 gradi. La fauna e la natura stessa, hanno sviluppato meccanismi che permettono la sopravvivenza delle specie, delle vite. Ovviamente in città la cosa cambia, facile trovare persone che vivono in strada e che non hanno gli stessi strumenti per adattarsi. Le persone senza fissa dimora si sono trovate in una situazione di rischio e forte difficoltà. Per far fronte a questa situazione, l’ajuntament de Barcelona attiva un protocollo di nome “Operació Fred”. Si attiva quando le temperature in città si approssimano allo 0 e mette a disposizione delle persone senza fissa dimora un alloggio notturno, alimentazione, docce, vesititi e in alcuni casi attenzione psicosociale. Le persone senza fissa dimora sono quindi state aiutate, accompagnate alle strutture residenziali.  L’emergenza è stata affrontata e non ci sono state vittime, per fortuna.

Ma quante sono le persone senza fissa dimora a Barcelona? È importante anticipare che, in generale, nel territorio spagnolo, non esiste una cifra ufficiale su coloro che dormono in strada. Tuttavia, a Maggio del 2015, una fondazione che opera nel sociale a Barcelona, ha attivato una ricerca, mobilitando 700 volontari per poter vedere e registrare il numero di persone che vivono in strada, necessario per poi attivare e disegnare le politiche sociali corrispondenti. Circa 897 persone furono viste dormendo per strada. Oggi, si stima che le persone senza fissa dimora in città siano circa 1093. Risulta difficile quantificare l’esclusione residenziale, quando si materializza in appartamenti poco adeguati, situazioni di potenziale sloggio (desnonament) o situazione di pesante dipendenza da entità pubbliche o private per pagare attiffi e/o mutui. Sono persone che in molti casi sono invisibili, le cui difficoltà non hanno risonanza mediatica e a cui si preferisce dar una priorità minore rispetto ad altri collettivi.

Si. È giusto, umano e necessario, dare assistenza a persone che si trovano senza casa ed in condizione di esclusione sociale, nessun dubbio. Una società civile ha l’obbligo di rispondere con azioni concrete, facendosi trovare pronta, in questo senso Barcelona offre appoggio aiuto ed assistenza, seppure con limiti strutturali. Le strutture non sono del tutto sufficienti. Proprio la scorsa settimana, una fondazione che opera in città, la stessa che condusse lo studio sui senza tetto nel 2015, denuncia che un centro abilitato per 100 persone ne ha ospitato 247, registrando disagi per gli utenti ed i lavoratori propri della struttura. Questa notizia comunque non ha avuto molta risonanza. Quindi tutto bene, emergenza finita ed Operacio Fred disattivata il 10 di Febbraio, tutto a posto, o no?

Parlavamo di assistenza, appunto. Giusto aiutare, necessario però prevenire. Prevenire, ecco, cioè creare dei meccanismi e delle politiche per evitare queste situazioni. Incidere sui fattori di protezione, come la creazione di opportunità lavorative per queste persone o il controllo dei fattori che accendono la miccia dell’esclusione. Perchè queste persone fanno parte della società invisibile, però esistono. Importante sottolineare che, evidentemente la condizione non è una scelta propria ma una situazione limite che scaturisce da fattori di rischio.

Tutto sommato, Barcelona è una città con alta capacità di includere i collettivi a rischio e i migranti. La politica linguistica e i differenti servizi d’informazione, assessoramento e accompagnamento ne sono la dimostrazione. Quindi si, è possibile arrivare in citta ed avere una situazione favorevole in questo senso. Altra cosa è l’integrazione, quella reale. Integrare è assimilare, incorporare a pieno. In questo senso, si tratterebbe di incorporare a pieno questi collettivi nella societa catalana. Qui ancora c’è molto da fare.

Le possibilità di poter far parte a pieno della società, incidendo sulle decisioni e cambiandola da dentro, non sono garantite interamente. Possibilità di partecipazione è anche sinonimo di libertà. Dahrendorf, riflettendo sulla liberta, ci invita a leggerla attraverso la  teoria delle chances di vita, che lui identifica con un insieme di diritti civili ed opportunità di benessere.  Auspica che in una società ci sia il maggior numero di persone ad avere queste possibilità, per poter essere incluse a pieno nella società, partecipando in tutte le aree comunitarie.

Quindi siamo davanti a una città e una comunità che vuole apparire all’avanguardia nella solidarietà e non lo è? Forse si canta vittoria con l’assistenzialismo e non si progettano politiche per l’uguaglianza, quella vera? Forse si, forse, a certi livelli pesano di piu le necessità “politiche” che le scelte “sociali” vere e proprie, risposta a bisogni reali.

È necessario ed auspicabile poter mettere la persona al centro della progettazione e della ideazione delle politiche sociali. Abbiamo il dovere di offrire opportunità e protezione dai fattori di esclusione. È un dovere garantire i diritti. Dobbiamo cercare di creare meccanismo favorevoli perchè queste persone possano entrare facilmente nel mercato del lavoro. Non dobbiamo esitare a dare la nazionalità, sempre e quando ce ne fosse realmente bisogno. Ma non dobbiamo nemmeno esitare a chiedere delle garanzie, come l’assistenza ai corsi di formazione ed a tutte le attività ideate per ampliare le chances di vita di queste persone, solennizzando la formazione.

Sarebbe ideale poter creare degli spazi di partecipazione per le persone a cui la vita ha negato fortune e possibilità. Invitare le persone stesse a ideare, attivare e realizzare le attività sperate, con un accompagnamento tecnico, ovviamente.

Inoltre, se le politiche sociali dell’Unione Europea non sono riuscite a fare il necessario, che la Catalunya ci pensi da sola, senza paura di avere coraggio.

 

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